Cronaca di una ciurma di canaglie
Capitolo V
El Pantano
del Diablo
In cui si sceglie un capitano, si canta con le sirene, si spezza un’isola d’illusione… e un cuore prende il posto di un altro.
I. Dopo la tempesta
La tempesta è passata e, per loro fortuna, il pericolo sembra aver perso le tracce della nave. Hanno passato la notte a leccarsi le ferite, a sputare sangue e a lottare per tenere la rotta in mezzo a quel caos infernale. Eppure la nuova nave — il Fulgor, battezzato così da qualcuno nel pieno della burrasca — risponde ai comandi che è una meraviglia. Noire si rivela un timoniere con i controfiocchi, Rouge se la cava egregiamente a raddrizzare le cime sul ponte, e stamattina la cambusa di Remo ha fatto il miracolo: guanciale, croste di pane e latte di polpecora per rimettere in sesto quei fegati marci.
Prima di sparire chissà dove nel cuore della notte, Bone — il leggendario navigatore d’ossa che gli uomini chiamano anche Skullo — ha sputato sul ponte la rotta per El Pantano del Diablo, e pareva alquanto stizzito. Noire dice che il viaggio durerà un paio di giorni: tempo sufficiente per schiarirsi le idee, rimettere in sesto l’equipaggiamento negli alloggi e, soprattutto, sedersi a tavolino a decidere questioni di vita o di morte.
☸ Conti della cambusa
- Provviste a bordo: circa un mese.
- Niente Salt per il motore della nave: Esteban tiene in vita la ciurma piegando la magia dell’acqua per ricavare da bere.
- Mancano cannoni degni di questo nome. Si naviga di astuzia, non di bordate.
II. Una ciurma ha bisogno di un comandante
In primis: serve un Capitano. Questa ciurma ha bisogno di ruoli chiari, se non vuole farsi cogliere dal panico al prossimo colpo di cannone. Che lo vogliano o no, ora stringono fra le mani il timone di un vero scafo, e una nave senza comandante è solo un pezzo di legno destinato a colare a picco. Sono una ciurma, adesso. El Nido non perdona — e a loro spese l’hanno già imparato — e un solo passo falso li manderebbe a marcire sul fondo dell’oceano prima ancora di avvistare le altre rive di questo maledetto arcipelago.
Attorno a un tavolo segnato di sale e di vino, la ciurma si divide i compiti. Quando le voci tacciono, ognuno ha un posto sul ponte:
La ciurma · personaggi giocanti

Mark
Capitano

Edward
Nostromo

Esteban
Quartiermastro

Nick
Vedetta

Jack
Tuttofare di bordo
Equipaggio · personaggi non giocanti

Skullo
Navigatore leggendario
in arrivo
Noire
Timoniere
in arrivo
Rouge
Mozzo
in arrivo
Remo
Cuoco
Mark prende il comando — tocca a lui, ora, gridare gli ordini sotto il fuoco. Edward, il più forte di braccia, fa il nostromo. Esteban, mani sapienti da riparatore e magia d’acqua nelle vene, è il quartiermastro. Nick va in coffa, occhio di falco sull’orizzonte. A Rouge, il più giovane, il ruolo di mozzo. Jack non vuole un titolo: gli basta dare una mano a chiunque ne abbia bisogno, da una cima all’altra del ponte.
Tra una manovra e l’altra, la stessa visione torna a tormentarli per la terza volta: una ragazza vestita di rosso che tende le mani e implora — «…aiutateci…» — prima di dissolversi come schiuma.
Vento in poppa, canaglie. Dritti verso l’unica isola da cui l’inferno aveva caldamente consigliato di girare alla larga.
III. Il canto nella notte
La prima notte di mare aperto, qualcosa sale dall’acqua. Dapprima è solo un canto, lontano e dolcissimo, che si insinua sotto la pelle. Poi, sotto la chiglia, si accendono luci azzurre che pulsano nel buio. La ciurma si scopre intontita, le menti annebbiate, i piedi pesanti come piombo.
Jack è il primo a cedere all’incanto. Spalanca gli occhi e urla un nome che nessuno conosce: «Joshua!» — un’allucinazione, un volto richiamato dal fondo della memoria. Joshua era il suo padre adottivo, morto vent’anni fa. Il canto sa esattamente dove affondare gli artigli.
Otto sagome affiorano attorno allo scafo. La ciurma lo sa, lo sente nelle ossa: quelle creature si nutrono di carne umana. Tre di esse balzano sul ponte. È allora che Jack, scrollandosi di dosso l’incantesimo, affonda la spada nella gola di una sirena: il corpo si sgretola all’istante in cenere, e un vento improvviso lo spinge lontano dal parapetto, come a strapparlo a un abbraccio mortale. Il resto della ciurma si getta nella mischia: lama dopo lama, le altre creature salite a bordo vengono abbattute una a una, finché quelle rimaste in acqua non si inabissano in fretta sotto le onde. Del canto resta solo il sale sulle labbra e un nome che Jack non spiega a nessuno.
IV. «Teeeerra!»
Alle spalle si lasciano un secondo giorno di navigazione relativamente tranquillo, utile a prendere confidenza con la nave e i suoi ritmi. In fondo, è molto più semplice farsi amica un’imbarcazione che decifrare l’imprevedibile ciurma di matti che la equipaggia.
Le ombre della sera hanno già avvolto il ponte quando il grido squillante di Nick fende l’aria dall’alto del pennone: «Teeeeeerra!»
La meta è finalmente a portata di sguardo. All’orizzonte le linee della costa si fanno nitide, accese da mille luci tremolanti. Ma la sorpresa è grande: l’isola desolata e paludosa che si aspettavano lascia il posto a una terra fiorente e rigogliosa. Davanti a loro si svela un insediamento vibrante di vita, la spiaggia costellata di fiaccole accese. L’incanto, però, dura un attimo. La costa si avvicina rapidamente: è il momento di correre ai ripari e ordinare le manovre d’attracco — ancora, vele, timone — prima che sia lo scoglio a fermarli.
A terra, il villaggio si stende in una pianta ovale: al centro una fontana e una grande piazza di banchetti, tavoli imbanditi, balli di coppia e musici. A nord svetta una chiesa dall’alto campanile, e sull’orologio, ai quattro punti cardinali, sono incastonate quattro gemme preziose enormi, spente. La festa è grossa, la gente accogliente fino all’inverosimile. Troppo, forse.
Esteban è il primo a lanciarsi nei festeggiamenti: tracanna del rhum — che però sa di terra. Jack lo segue e, bevendo, avverte la stessa cosa; addenta del cibo, e «non sa di buono». Edward si mette a ballare con le ragazze del villaggio. Solo Mark e Nick restano lucidi e concentrati: qualcosa, in tutta quell’allegria, stona.
V. Le quattro gemme
L’orologio del campanile rintocca ogni tre ore, e a ogni rintocco l’intero villaggio sembra trattenere il fiato. Nick non ha pazienza per le buone maniere: minaccia il sindaco finché quello non li lascia entrare nel campanile. Alla base della torre — alta, spoglia, senza altre stanze — non ci sono quadranti né lancette, ma quattro campane, ciascuna marchiata con un punto cardinale, e una targa incisa nella pietra:
«Il canto della piaga nasce dove il sole muore, viaggia verso il freddo, il sole sorge, caldo abbraccio.»
Esteban, impaziente, suona le campane a casaccio: nulla. Poi la ciurma scioglie l’indovinello — dove il sole muore è l’ovest, verso il freddo il nord, dove il sole sorge l’est, il caldo abbraccio il sud — e i rintocchi cadono nel giusto ordine: Ovest, Nord, Est, Sud. Sul campanile, la gemma di nord si accende.
Nella vasca della fontana trovano una seconda targa:
«Chi mi guarda dritto negli occhi resta cieco alla verità: cercami dove non sono.»
La risposta è il riflesso. Puntando uno specchio verso l’acqua, vedono ciò che lo sguardo diretto nasconde: sotto la superficie cristallina ribolle melma putrida. L’illusione vacilla e la gemma di ovest si accende.
È sera ormai — eppure le ombre della gente cadono tutte verso ovest, come sotto un sole che non c’è. Nick si arrampica per la prima volta su per i pioli della torre fino alla guglia e stacca la croce: di colpo il sole sparisce dal cielo, cala una vera notte, e la gemma di est si accende.
Resta l’ultima maschera. La ciurma rovescia il grande tavolo imbandito della festa — era quella l’ultima illusione — e dai piatti d’argento cola via l’inganno. La gemma di sud si accende. Quattro luci, ora, ardono sul campanile.
⚑ I quattro sigilli — riepilogo
- Nord — le campane suonate nell’ordine O·N·E·S.
- Ovest — l’enigma della fontana (lo specchio e la melma).
- Est — la croce strappata dalla guglia.
- Sud — il tavolo imbandito rovesciato.
VI. La trasformazione della palude
Risolto l’ultimo dei quattro enigmi, l’illusione della città si infrange. La terra stessa sembra gemere mentre la palude si rivela in tutto il suo millenario marciume: l’insediamento fiorente non è che una rovina di settecento, forse mille anni. Una nebbia densa e innaturale si leva dai rami spogli; l’aria si fa greve, satura di un odore pungente di morte e decomposizione.
«Non addentratevi nella palude», sibila Bone — e per una volta non sta scherzando. Ma i fuochi fatui danzano sull’acquitrino e indicano un sentiero di ciottoli, come a mostrare la strada. La ciurma, contro ogni avvertimento, si addentra.
Si vede a malapena. Il cielo si oscura di colpo, inghiottito da nubi plumbee. In lontananza i filamenti di nebbia si condensano in una sagoma nera, imponente e spettrale. Al petto di Edward, il bracciale che porta da sempre prima si incrina, poi si frantuma in mille scaglie.
VII. Il Lich
La creatura solleva una mano scheletrica e mostra un antico doblone che brilla di luce sinistra. Poi, con una voce profonda, vibrante come l’aprirsi di un baratro e antica come il tempo, sputa addosso alla ciurma le sue parole:
«Se dinanzi al mio eterno cospetto siete infine giunti, mortali, devesi arguire che abbiate tratto l’intelletto fuori dall’inganno delle mie prove… e che ora stringiate nel pugno i tre dobloni fratelli di questo ch’io reco. È tal cosa il vero?»
Non lo è. Non hanno i tre dobloni; non hanno portato ciò che serviva. Il teschio d’avorio antico si contrae in un ghigno spietato:
«E sia. Ma sappiate, folli, che nessun tributo vi sarà concesso prima che abbiate pagato il prezzo di questo sacrilego affronto. Sangue per il vostro ardire, prima che l’oro sotto la mia millenaria custodia possa mai toccare le vostre mani!»
Comincia lo scontro contro l’Immortale, e a uno a uno la ciurma misura quanto poco possa la carne contro un’ombra:
Jack prova a convincerlo a parole — e per tutta risposta è ferito dalla sua stessa spada, rivoltatasi contro di lui. Nick tenta di borseggiarlo, ma la mano gli passa attraverso: il Lich è incorporeo, impossibile da toccare. Mark afferra tre doblini dalle proprie tasche, si apre un taglio sul braccio in segno di tributo e li porge — ma l’offerta è rifiutata con disprezzo, e la ferita gli viene perfino richiusa, a beffa. Esteban indietreggia, terrorizzato.
È Edward a spezzare lo stallo: dalle sue mani erompono artigli di luce che colpiscono la sagoma. L’ombra si dissolve, e per un istante sembra finita.
Ma il Lich non è vinto: solo infastidito dalla luce. Quando torna a colpire — e questa volta è Nick nel mirino — dal nulla compare una civetta di luce che si posa fra loro e la morte. La civetta si fa anziana — Baba Yaga — erge una barriera a protezione della ciurma e ordina di fuggire. Nel suo gesto, qualcosa si risveglia in Nick: una trasformazione, un potere nuovo che gli cresce dentro come ali. Non basta, però, a salvare tutti.
VIII. Il dono del Lich
L’aria si gela in un istante. Senza un suono, la sagoma nera del Lich si materializza alle spalle di Edward. Prima che possa reagire, un braccio scheletrico avvolto in fiamme fredde lo trapassa da parte a parte, all’altezza del petto. Il volto del mostro si china sul suo orecchio, e una voce che profuma di polvere e tombe sussurra:
«A te, misero mortale, che ti destasti tanto assetato di quell’antico sapere che l’uomo non dovrebbe profanare… ecco il mio dono: l’ultimo barlume di verità che ti sia concesso, prima che sopraggiunga la tua fatale dipartita.»
IX. Le visioni del passato
Il mondo reale svanisce. La palude scompare ed Edward sprofonda in un abisso di oscurità assoluta, squarciato solo da fulminei, dolorosi lampi di memoria millenaria. Le immagini lo colpiscono come visioni febbrili:
- L’Età dell’Oro. Un arcipelago maestoso, baciato dal sole, dove decine di tribù rigogliose vivono in armonia sulle isole.
- Lo Straniero. Dal mare giunge una flotta straniera. Al comando, un capitano dallo sguardo indecifrabile, che porta singolari occhiali tondi e scuri.
- Il Segreto. Il capitano cammina tra rovine d’altri tempi, profanando un tempio già antico a quell’epoca.
- L’Unione. Nessuna conquista con la forza: lo straniero e i suoi uomini si stabiliscono fra le tribù, si mescolano alla gente. L’uomo prende moglie, nascono figli, la vita fiorisce.
- Il Cataclisma della Guerra. L’orizzonte si riempie di vele nemiche. Centinaia di navi da guerra assaltano l’arcipelago; il cielo si tinge di rosso.
- Il Massacro. Campi di battaglia coperti da migliaia di cadaveri. Il capitano, ferito, combatte fianco a fianco con gli indigeni per difendere quella che ormai è la sua casa.
- Il Supplizio. La disfatta. Il capitano è catturato e trascinato in un’alta torre di pietra al centro dell’arcipelago. Lì, fra atroci torture, lui e la sua ciurma vengono fatti letteralmente a pezzi.
- Il Consiglio Disperato. Tre capi tribù, distrutti dal dolore e stanchi della carneficina, discutono attorno a un vecchio saggio, l’anziano custode delle tradizioni. Decidono l’innominabile.
- Il Primo Sacrificio — il Fuoco. Una donna accetta il proprio destino: sacrificata e gettata nel cuore ribollente di un vulcano. Dalle lave riemerge, ruggendo, un’entità primordiale legata alla fiamma.
- Il Secondo Sacrificio — l’Acqua. Sotto un’enorme cascata, un giovane viene annegato in un rito sacro. Pochi istanti dopo, i tentacoli colossali del Kraken fendono i flutti.
- Il Terzo Sacrificio — l’Aria. Il terzo capo tribù si getta nel vuoto da scogliere a picco sul mare. Il corpo non tocca mai il suolo: dalle correnti si leva in volo una terrificante bestia alata.
- L’Ultimo Sacrificio — la Morte. L’anziano saggio è condotto su un’isola rigogliosa e, col suo lucido consenso, ucciso e scarnificato. Sotto i colpi del rito l’isola marcisce all’istante in palude; da quel cumulo di ossa e corruzione nasce il Lich.
- La Vendetta. Le quattro entità primordiali si abbattono come una piaga biblica sugli invasori, portando distruzione e morte totale alla flotta nemica.
- Il Sigillo. Per isolare quel luogo maledetto dal resto del mondo, la terra trema: un’enorme, invalicabile catena montuosa si innalza dal mare, a coronare l’intero arcipelago come una muraglia eterna.
X. Un cuore per un altro
I secondi si dilatano, ma Edward non respira più. La ferita è troppo profonda; il cuore si è fermato. La ciurma resta lì, immobile e disperata, a guardare un compagno che se ne va senza poter fare nulla. Nella mente rimbomba un solo pensiero: quanto sia stato stupido spingersi in un luogo così pericoloso, ignorando ogni avvertimento. Dal corpo di Edward, intanto, si stacca finalmente il doblone del Lich — pagato con la sua morte.
Quell’unico minuto di silenzio sembra un’eternità. Poi, uno schiocco secco. L’ossatura di Bone si materializza dal nulla. La palude è inghiottita dalle ombre, squarciate solo dalla luce scarlatta e spettrale che gli arde negli incavi oculari. In un silenzio tombale, il navigatore si china sul ragazzo. Allunga una mano scheletrica fra le proprie costole e artiglia ciò che resta del suo cuore: una massa informe, nera come la pece, che batte ancora di un barlume di vita.
Con un movimento fulmineo, Bone affonda le dita nel petto di Edward, strappa il cuore immobile del giovane e vi spinge dentro il proprio. Una fiammata di luce azzurra sigilla il legame fra i due. Bone alza lo sguardo. Per un battito di ciglia la sua condanna svanisce: non è più lo scheletro folle e cinico degli ultimi giorni, ma un uomo, un capitano in carne e ossa che regala loro un ultimo sorriso, circondato dai fantasmi della sua famiglia — una donna e tre bambini che sorridono immobili al suo fianco. Un istante dopo, la visione si dissolve. Quel che resta di Bone crolla al suolo, disfacendosi in un triste mucchio di ossa secche sul fango della palude.
Edward riapre gli occhi. Nel petto, al posto del suo, batte il cuore di un altro.
XI. Verso Meseta de Rota
Hanno ottenuto ciò per cui sono venuti — il doblone del Lich — ma al prezzo di un compagno e di un sacrificio che nessuno dimenticherà. Prima di andarsene, Bone aveva indicato la prossima rotta: Meseta de Rota, dove trovare ciò che serve per attivare la camera del Drago.
Il Fulgor molla gli ormeggi e punta la prua verso nuove acque. E quando la spada riversa il suo potere nelle viscere della nave, accade il prodigio che cercavano da giorni: il Salt si attiva, e il motore torna a respirare. Dietro di loro, la palude richiude la nebbia sui propri segreti.
Una ciurma in meno di un’ossatura, ma una in più di leggenda. Fine del Capitolo V.