Cronaca di una ciurma di canaglie
Capitolo VI
Meseta
de Rota
In cui si affronta la Crimson, si vola oltre le nuvole, si strappa il doblone dell’aria… e la ciurma paga un altro prezzo di sangue.
I. Il risveglio di Edward
Sono passati diversi giorni da El Pantano del Diablo, e la costa di Meseta de Rota è ormai a poche ore di navigazione. Il Fulgor fende un mare finalmente calmo, e la ciurma ha ripreso i propri ritmi: sul ponte Rouge rassetta le cime con gesti ancora nervosi, mentre Noire, al timone da tre giorni filati senza che nessuno gli abbia dato il cambio, accende l’ennesima sigaretta fissando l’orizzonte. Dalla cambusa salgono gli odori pungenti di Remo, intento a scuoiare ciò che resta della sirena portata da Jack per il suo famigerato arrosto canterino.
È mentre sono riuniti sottocoperta a pianificare le prossime mosse che il cigolio metallico di una porta interrompe il silenzio. Dal buio della stiva emerge Edward. È sveglio — dopo giorni di coma seguiti allo scontro col Lich — ma il suo sguardo è perso nel vuoto, quello di chi è appena tornato dalle rive dell’inferno. La cicatrice sul petto si è richiusa, ma il ricordo di quel braccio scheletrico che lo trapassa è ancora vivo nella sua carne. Ai compagni che gli chiedono come stia, risponde soltanto che è sveglio, e che di più non può garantire. Poi, poco alla volta, comincia a rimettere in ordine le immagini che gli affollano la mente: non un sogno, ma una visione, il dono avvelenato che il Lich gli ha lasciato prima di ucciderlo.
II. La visione condivisa
Quel che Edward racconta alla ciurma, loro non l’avevano mai udito dalla sua voce: la storia segreta di El Nido, che lui solo ha visto negli occhi della morte.
Un tempo l’arcipelago era una terra antica e rigogliosa, un paradiso dove decine di tribù diverse convivevano in armonia. Su quella terra approdò uno straniero con la sua ciurma e un’intera flotta — un capitano riconoscibile da un dettaglio inconfondibile: gli occhiali tondi e scuri. Edward lo comprende mentre lo dice: quel capitano era Skullo. Non venne a conquistare con la violenza: si stabilì fra le tribù, prese moglie, mise al mondo dei figli. Per un tempo, la vita fiorì.
Poi l’orizzonte si riempì di vele nemiche. Centinaia di navi da guerra assaltarono l’arcipelago, e fu un massacro tale che il cielo si tinse di rosso. Skullo combatté per quella che ormai era la sua terra, ma non finì bene: catturato coi suoi, fu trascinato in un’altissima torre di pietra e lì torturato a morte. Mentre la guerra divorava quel paradiso, tre capi tribù e un anziano custode delle tradizioni trovarono una soluzione tremenda: quattro sacrifici, quattro furie risvegliate.
☠ Le quattro furie di El Nido
- Fuoco — una donna gettata nel cuore di un vulcano.
- Acqua — un giovane annegato sotto una cascata: il Kraken.
- Aria — un capo gettatosi da una scogliera: la bestia alata.
- Morte — l’anziano saggio scarnificato: il Lich.
Le quattro entità annientarono gli invasori; poi enormi montagne emersero dal mare e sigillarono l’arcipelago per sempre. Una cosa, però, la visione non ha rivelato: da dove vengano i dobloni. È la mappa di Monise a offrire l’unico indizio: le quattro teste raffigurate su di essa sono i quattro dobloni della leggenda. E Meseta de Rota — un altopiano senza vulcani né cascate — non può che essere il regno della bestia alata.
III. Rotta su Meseta de Rota
Noire l’ha vista in tutte le isole, anche se solo da lontano: Meseta de Rota è un altopiano colossale, una pietra squadrata piantata al centro del mare, senza spiagge né approdi. Come salirci sopra è il primo problema della ciurma. Si parla di corde, di scale di fune, di arrampicate; qualcuno spera addirittura in una cascata da risalire. Ogre, il loro nemico, quell’altopiano l’ha già scalato — a mani nude — e ha perfino scavato la roccia in cerca di qualcosa che forse ha trovato.
La notte cala mentre si avvicinano. Le due lune della Navigavia stendono sul mare una luce fredda e spettrale, e una nebbia intensa avvolge tutto. Nick monta di vedetta in cima al pennone; Edward, ancora debilitato, prova comunque a issarsi con lui. Sono ore d’attesa tese, con l’ombra dell’altopiano che cresce all’orizzonte come un gigante addormentato.
IV. La Crimson
La notte è fonda quando, dall’alto del pennone, il grido di Rouge squarcia il silenzio. Ma non c’è gioia nella sua voce. La vedono scendere dalle sartie con una rapidità innaturale, i lineamenti stravolti dal terrore puro, come se avesse guardato dritto negli occhi il demonio in persona. Le mani le tremano mentre punta un dito verso l’orizzonte.
Dietro di loro, il velo di nebbia si lacera, rivelando una sagoma inconfondibile che taglia le onde con voracità implacabile: la Crimson. La nave di Ogre li ha trovati. Nessuna manovra evasiva è possibile — il Salt è scarico — e il vascello nemico, grande almeno il doppio del Fulgor e armato di dieci cannoni, punta dritto verso di loro come un predatore che ha finalmente sentito l’odore del sangue. A bordo si contano quindici, forse trenta sgherri, e su tutti svetta la mole di Ogre.
V. Battaglia navale
Non c’è tempo per la paura. Mark ordina l’unica manovra possibile: calare l’ancora di prua, virare su sé stessi, ritirarla e rispondere a cannonate. Ma prima ancora che la manovra si compia, un rimbombo fortissimo annuncia il Cantus di Ogre: un’ondata d’acqua si abbatte sul Fulgor, facendolo ballare paurosamente.
La nave regge, e la ciurma esegue. Esteban carica la potenza dell’acqua in un cannone di prua e mira all’albero maestro nemico: Ogre afferra a mani nude una delle due cannonate e la rispedisce via, ma l’altra danneggia l’albero della Crimson. Mark, con la sua mira sovrumana e infallibile, centra il fianco della nave nemica, sfascia due cannoni e apre un foro nello scafo.
Ogre ordina l’arrembaggio, e cinque sgherri lanciano le corde arpionandosi alle spalle di Noire. È qui che Nick dà spettacolo — sale sull’albero maestro, si aggancia a una corda come a una carrucola e si lancia giù come uno slide fino agli sgherri; sguaina il coltello e li sgozza uno dopo l’altro, mentre il sangue schizza addosso a un imperturbabile Noire, che continua a fumare e a girare il timone.
La virata riesce. Mark ne approfitta per mirare al timone della Crimson: la palla di cannone blocca la barra proprio mentre il timoniere nemico sta virando, e la nave incassa un danno grave. Ogre, bestemmiando, scaglia a mano una palla di cannone contro Jack, che riesce a bloccarla contro il petto pur incassando il colpo. Poi la ciurma taglia le corde dell’arrembaggio e, con una manovra combinata — Mark al cannone, Edward e Jack alle vele — il Fulgor si gira e centra l’albero di poppa della Crimson, quello vicino al timoniere: l’albero si spezza e cade sul ponte nemico, schiacciando gli sgherri. Alla Crimson restano così due dei suoi tre alberi — il maestro centrale e quello di prua — con le vele accasciate in acqua a fare da zavorra.
VI. Il salto di Ogre
Infastidito, Ogre carica il proprio salto e prova a scagliarsi direttamente sul Fulgor con le braccia spalancate. La ciurma lo interrompe a mezz’aria con una combo perfetta: Mark punta il cannone e spara una palla esplosiva; Nick, con la sua vista sovrumana, la centra al volo con due colpi di pistola in sequenza; Edward vi infonde quanta più magia della luce riesce. La palla esplode proprio addosso a Ogre, che non completa il salto e finisce in acqua. La Crimson è danneggiata ma non in fin di vita; Ogre, invece, ha incassato solo il necessario a fermarne lo slancio. Non è finita.
VII. Jack e Barbanera
Mentre in coperta infuria la battaglia, dal ventre della nave sale l’urlo di un uomo. Ogre ha aperto un buco nello scafo a mani nude ed è entrato sottocoperta: ha sbattuto Remo contro il fasciame — il cuoco giace svenuto, il naso rotto, il volto insanguinato — e ora tiene Rouge per i capelli, pronto a farne strame.
Jack vola giù. Sfodera la spada e, con un solo gesto, recide i capelli di Rouge per strapparla alla presa di Ogre. Ma nell’istante in cui la lama sfiora quei capelli, il tempo si ferma. Tutto sprofonda in una zona nera, senza suoni né sensi, e davanti a Jack si materializza Barbanera.
Il vecchio pirata gli parla come a un debitore. Jack ha usato troppo quella spada, ultimamente. Sono entrambi uomini di mare, sanno cosa significa:
«Hai usato troppo quella spada, ragazzo. Ti lascio finire questa piccola avventura… ma stasera vieni con me, senza fare storie.»
Jack accetta il proprio destino; chiede solo di salvare la ragazza prima. Il patto è stretto. Il tempo riprende a scorrere: per tutti gli altri non è successo nulla, la lama cala, i capelli cadono, e Rouge è libera, sotto shock ma viva.
VIII. L’affondamento della Crimson
Ogre non si dà per vinto. Si rilancia dal buco verso l’acqua, e Jack prova a fermarlo afferrandogli un piede — ma il gigante si volta e ringhia che non stava scappando: voleva solo affondare la loro nave. Con un pugno tremendo assesta cinque danni al Fulgor, poi carica il Cantus Profundus — non quello oceanico, ma il più potente, l’eredità di suo padre: una nota profondissima che fa vibrare tutta la nave e che Ogre usa come slancio per lanciarsi fuori e sparire sott’acqua. È fuggito.
Nick plana allora sulla Crimson e s’infila nella cabina del capitano, sfondando una finestrella. Fra il disordine e l’alcol trova la mappa — la stessa che possiedono loro, ma segnata di X sulle varie isole, come se Ogre le avesse già visitate tutte — e i suoi piani di guerra. In uno scompartimento segreto a pressione scopre inoltre un bel po’ d’oro: almeno due di ricchezza.
Poi la ciurma finisce l’opera. Fra gli incendi appiccati dalle cannonate esplosive, Esteban fa rotolare un barile di pece verso gli ultimi sgherri e lo accende fischiettando: la nave salta in aria. La Crimson affonda, inghiottita dalle fiamme e dal mare. Noire se la gode fumando; ma la soddisfazione è amara — la Crimson non c’è più, eppure Ogre è ancora vivo, ed è quello il vero problema. Sottocoperta, Rouge singhiozza per i capelli tagliati ed Esteban medica alla meglio Remo, in coma.
IX. Il cielo di tempesta
Mentre si allontanano dal relitto, nel fragore della battaglia un vento d’inferno si abbatte sul ponte del Fulgor. Non è un vento normale: schiocca il sartiame come colpi di frusta, strappa le vele, spegne perfino la sigaretta di Noire, che si avvinghia al timone con le unghie e con i denti. Poi accade l’assurdo: la chiglia smette di fendere l’acqua. La nave si solleva dal mare.
Un tifone li strappa all’oceano e li scaglia verso l’alto a una velocità che li schiaccia contro il fasciame del ponte. L’aria si fa rarefatta e gelida, ogni respiro un’artigliata nei polmoni. Poi la salita rallenta, si arresta, e davanti a loro si spalanca uno spettacolo che nessun mortale dovrebbe vedere: un immenso, ribollente oceano di nuvole nere e tempestose, su cui il Fulgor galleggia come fosse acqua.
In lontananza, stagliata contro i fulmini, una creatura colossale a cinque teste si libra su ali titaniche. Questa volta è stato il doblone dell’aria a scovare loro, prima che loro potessero scovarlo. Un sinistro bagliore verde si accende nell’occhio della testa centrale e punta dritto sulla nave.
X. Tiamat
La bestia — Tiamat — attacca. Le teste si caricano di colori diversi e sputano palle di fuoco e folate di vento; Noire sterza come può, ma il Fulgor incassa e le vele si strappano. La ciurma capisce presto la regola di quel duello impossibile: colpendo una testa mentre s’illumina, la si spegne; e in un occhio della testa centrale è incastonato il doblone, un bagliore verde da cavare.
Cominciano le bordate. Mark, Edward ed Esteban caricano i cannoni con acqua e luce e mirano alle teste; Nick, con la sua vista, individua a distanza quale sia l’occhio giusto. Poi Nick riesce finalmente a completare la trasformazione: le ali della creatura alata erompono per intero, e lui si getta in picchiata come un falco pellegrino verso l’occhio del doblone, affondandovi gli artigli. Lo scheggia — ma una testa lo ghermisce e gli infligge sei danni, lasciandolo in balia dell’aria, a un passo dalla morte.
Non basta a fermarli. Nick arpiona il collo di una testa con una fune sparata dal cannone; le bordate continuano a cadere sull’occhio verde. È infine Edward a sparare la cannonata decisiva, intrisa di luce, e il doblone si stacca, precipitando nel vuoto. Nick si tuffa a sua volta, lo aggancia alla corda, e la ciurma lo tira su. Privata della fonte del suo potere, Tiamat si dissolve nel cielo con un’immensa onda d’urto e un fragore di tuoni. Il secondo doblone è finalmente nelle loro mani.
XI. La caduta
Ma il tempo delle celebrazioni dura appena un battito di ciglia. Il vento si placa, la tempesta svanisce nel nulla, e sotto di loro si spalancano chilometri di vuoto: il Fulgor comincia una caduta libera da un’altezza che non promette superstiti.
Esteban si precipita ai motori per riattivarli con il proprio potere; qualcuno taglia e lega le vele stracciate perché facciano da paracadute. È allora che Edward sente la voce di Skullo rimbombargli nella testa:
«Cosa aspetti? Schiocca le dita!»
Edward schiocca la destra — non accade nulla — poi la sinistra, mentre la nave sta per schiantarsi. Un’onda d’urto, e il Fulgor si posa sull’oceano quasi con dolcezza, come se qualcosa avesse ammortizzato il colpo. Sono vivi, increduli, ancora una volta salvati da una mano venuta dall’aldilà.
XII. Il prezzo di Jack
Sul ponte esplode l’euforia. Sono scampati alla morte per un soffio, e ormai poco importa se sia stata fortuna sfacciata o incredibile abilità. Nick consegna a Mark il bottino.
⚑ Il bottino di Meseta de Rota
- Il doblone dell’aria — il secondo dei quattro.
- Una di ricchezza: un sacchetto d’oro (l’altro sacco era pieno di ciarpame).
- I rotoli con la mappa e i piani di guerra di Ogre.
Ma il picchettio metallico di un orologio invisibile torna a farsi assordante per tutti. Dall’alto, tremante, Rouge interrompe i cori indicando Jack. Lui, che fino a un attimo prima era lì tutto d’un pezzo, sta svanendo — come un’immagine riflessa in acqua mossa, prima le dita, poi le gambe, fino al viso. Vi guarda con un sorriso e vi lascia un’ultima frase.
«Di tutte le canaglie che ho conosciuto, siete stati la miglior ciurma con cui abbia navigato. In alto i boccali, per me.»
E scompare. È il prezzo di Barbanera, riscosso puntuale: la spada di Jack, la nave fantasma comparsa dal nulla al loro arrivo, i rintocchi che avevano pietrificato perfino Ogre — tutto torna, adesso, tremendamente chiaro.
XIII. Il patto di sangue
Edward chiama Skullo nella propria mente, e Skullo risponde. Jack ha raggiunto un luogo in cui i vivi non possono mettere piede. La domanda che il navigatore d’ossa pone alla ciurma è secca:
«Cosa siete disposti a fare per salvare il vostro amico? Siete disposti ad addentrarvi in luoghi da cui nessuno ha mai fatto ritorno?»
La risposta è unanime. Tutti hanno scolpito nella mente le parole di Jack di qualche sera prima e nessuno esita. Hanno già affrontato un Lich contro ogni consiglio; hanno fatto trenta, faranno trentuno. Le istruzioni di Skullo, come sempre poco espansive, sono tanto semplici quanto folli: sedersi in cerchio attorno a Edward e recidersi le vene dei polsi — «ma attenti a non tagliare troppo fondo, altrimenti non potrete più impugnare le spade dove state andando». Qualcuno resterà sulla nave: Noire e i feriti Remo e Rouge.
Così i quattro si siedono in circolo. Le lame calano. Il sangue sgorga dai polsi e la forza comincia ad abbandonarli, mentre il ponte del Fulgor si tinge di rosso finché non ne sono quasi immersi. All’improvviso gli occhi di Edward si accendono di un rosso abbagliante: Skullo prende possesso del suo corpo e parla direttamente attraverso il suo cuore. Un vortice di fiamme verdi e di sangue si leva, li avvolge, e in un lampo accecante li fa svanire da questo mondo, accompagnati da un ultimo, agghiacciante risata.
«Ah, un’ultima cosa. Non ho mai detto di sapere come si torna indietro.»
Fine del Capitolo VI.