Cronaca di una ciurma di canaglie

Capitolo VIII

Ritorno a
Galeonia

In cui la ciurma torna al porto che conosce meglio per cercare braccia e spade… e scopre, troppo tardi, che qualcuno a bordo non è mai stato chi diceva di essere.

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I. Il silenzio della stiva

Il pesante scricchiolio del legno del Fulgor che fende le onde è ormai una sinfonia quasi piacevole, nel silenzio della stiva. È passato poco da quando Noire li ha lasciati soli a timonare questa nave, e le sue ultime parole riecheggiano ancora nelle loro menti — «Ragazzi, qual è la prossima rotta?» — dette con quella sigaretta rimasta a metà fra le labbra, un attimo prima di chiudere gli occhi per sempre.

La rotta, quella, la conoscono bene: l'unica via possibile è quella della vendetta. Prima, però, hanno deciso di fare una breve tappa a Galeonia, per rifornirsi di viveri e reclutare braccia e spade — sperando che la città non volti loro le spalle, e che l'influenza di Ogre non sia cresciuta ulteriormente.

La ciurma attorno al tavolo di navigazione, ciascuno nel proprio silenzio
Attorno al tavolo di navigazione, ciascuno nel proprio silenzio

A bordo, intanto, la disperazione si fa sentire. Remo, con la testa fasciata e il cuore in frantumi, si è chiuso a chiave in cambusa: da dietro la porta si ode un lieve singhiozzo. Rouge è scomparsa, fuggita o peggio. Blanche è ancora sottocoperta, intenta a riprendersi dalle ferite.

Gli altri si ritrovano ancora una volta attorno al solito tavolo di navigazione, immersi ciascuno nel proprio silenzio. Edward, che si chiede se la sua forza basterà a porre fine a questa storia. Nick, che rimugina sulla terra natale e sulla grave perdita con cui non ha ancora fatto i conti. Esteban, che ha perso il suo fare scherzoso al punto da sembrare un'altra persona. Mark, che all'inizio voleva soltanto andarsene e che ora, probabilmente, ha un conto in sospeso da saldare. E Jack, il volto scuro per la morte di Noire e soprattutto per la scomparsa della piccola Rouge, a cui era molto legato: non si darà pace finché non l'avrà ritrovata.

Galeonia è ormai all'orizzonte.

II. Le parole di Jack

È Jack a rompere il silenzio del tavolo di navigazione. Non è uomo da discorsi, e si sente fin dalla prima frase.

Jack alza lo sguardo dal tavolo di navigazione e rompe il silenzio
Jack rompe il silenzio: «Io devo dirvi una cosa»

So che non è un momento facile. Io devo dirvi una cosa.

Ho saputo che, mentre io me ne stavo tranquillamente morto a farmi offrire vitto e alloggio sull'Olandese Volante, voi quattro avete deciso di venire a cercarmi. E già questo dimostra che siete degli imbecilli. Ma tagliarsi le vene, farsi trascinare nell'aldilà da uno scheletro che vive nel cuore di Edward, finire in prigione, perdere la memoria, scommettere pezzi del proprio corpo contro un altro scheletro, prendere a calci un musicista immortale e infine vendere la vostra anima a Barbanera, solo per riportare indietro me — ecco, quello supera abbondantemente il limite fra amicizia e ritardo mentale.

Ormai siamo una ciurma. Però c'è una cosa che voglio sappiate: io non ve l'ho chiesto. Non avrei mai potuto chiedervelo. E se avessi avuto voce in capitolo, probabilmente vi avrei detto di lasciarmi là. Ma siete venuti lo stesso. Quindi grazie.

E adesso che abbiamo sistemato questa disgustosa parentesi sentimentale, vorrei parlare di una questione molto più importante. Visto che per colpa mia avete venduto l'anima a Barbanera, quando moriremo saremo costretti a servire insieme, sull'Olandese Volante, per l'eternità. Le cuccette: le scegliamo in ordine di grado, o chi arriva prima prende quella migliore? Perché se funziona in ordine di grado, vorrei mettere agli atti che non aver mai accettato un cazzo di titolo sulla Fulgor è stata una decisione amministrativa poco lungimirante.

Alla Fulgor!

E alla prossima volta che uno di noi muore, lasciamolo là: è al suo equipaggio, ci costa di meno.

Jack

Il brindisi si scioglie in una risata quando qualcuno si accorge di chi li stava ascoltando dal buio, seduto poco dietro di loro: «C'è un gatto dietro… come si chiamava il gatto? Pinna. Abbiamo Pinna, ragazzi. Chi è che sa parlare con gli animali?»

III. L'approdo al buio

È l'una di notte e mancano poche ore di navigazione. Sta a loro decidere se approdare con il favore delle tenebre o con la luce del sole: spingendo potrebbero essere in rada alle quattro, lasciandosi andare arriverebbero verso le dieci, con il sole alto e la gente già fuori.

Mark, che a Galeonia ha vissuto dieci anni, è netto: di notte, in giro, ci sono soltanto persone losche — ma sono anche le uniche con cui valga la pena parlare, ed è il modo migliore per capire se il clima dell'isola è quello di sempre o se qualcosa è cambiato. La Fulgor, poi, è una nave fin troppo riconoscibile: meglio arrivare quando sulle banchine non c'è nessuno a guardare.

Galeonia vista dal mare di notte, le luci delle case e la torre-prigione al centro
Galeonia all'orizzonte, alle cinque del mattino

Decidono per il buio. Con l'equipaggio ridotto a una manciata di uomini la nave va governata a vista, e ciascuno si prende un posto: Mark al timone, Esteban alle vele, Nick di vedetta, Edward a ispezionare il sottocoperta. Non forzano l'andatura — all'ora prevista ne aggiungono un'altra — e quando Galeonia si fa vicina sono le cinque del mattino. È ancora notte piena.

IV. La stanza chiusa

Sottocoperta, Edward fa il giro delle cabine. Blanche era stata legata per precauzione: la stessa precauzione presa a suo tempo con Remo prima del volo sulla Tiamat, per evitare che un'altra impennata della nave la sbattesse da una parete all'altra. La porta era chiusa quando l'ha lasciata.

Blanche non c'è. Restano soltanto le corde, tagliate di netto.

La cuccetta vuota e le corde tagliate di netto sulla coperta
Restano soltanto le corde, tagliate di netto

L'allarme corre per tutta la nave. Mark lascia il timone, si passano al setaccio le cabine una per una, la stiva, la polveriera, la cambusa; qualcuno si sporge perfino lungo la chiglia, nel caso fosse finita fuoribordo. Nessun segno di lotta, nessun sangue oltre a quello già lì da prima. Mark riassume la faccenda per quello che è: una donna legata che esce da una stanza chiusa e non si trova da nessuna parte.

È Nick a trovarla. Scende alla propria cabina — che tiene rigorosamente chiusa a chiave — e prima di aprire guarda dalla fessura della porta: Blanche è dentro, sul suo letto, le braccia ancora legate dietro la schiena. Nick entra e si richiude la porta alle spalle.

Come ci sia arrivata, a bordo non lo sa dire nessuno.

V. Il risveglio di Blanche

Blanche si sveglia stordita, e la prima cosa che chiede non è dove si trova: è dove sia la sua spada. Poi, quando capisce di avere le braccia legate, smette di chiedere e pretende. Nick prova a ragionare; lei gli tira un calcio in pieno petto. Lui scarta di lato, le afferra la gamba e la blocca senza farle male.

«Ti ho detto che ti puoi fidare di me. Non ti voglio fare del male.»

Blanche non si ferma: continua a tirare calci, uno dopo l'altro, finché non è Nick a cedere e a slegarla.

Blanche in coperta, nella notte, con un otre d'acqua in mano
«Non sei nostra prigioniera. Sei sulla Fulgor»

Solo allora chiede dell'acqua, e Nick gliela dà. Poi la accompagna in coperta a prendere aria, mentre le spiega dove si trova. «Non sei nostra prigioniera. Sei sulla Fulgor.» Le corde erano una precauzione, non una condanna: l'ultima volta la nave è finita in cielo, e nessuno voleva vedere una ferita sbattere da un mobile all'altro.

Di lei, Mark sa poco e quel poco è tutto uguale: taciturna, riservatissima, aveva sempre seguito Ogre — si diceva che l'avesse tirata fuori da un naufragio — al punto da sembrarne il cane fedele.

Le ferite del Kraken, intanto, si sono chiuse: dove c'erano squarci adesso ci sono cicatrici, e non perde più sangue. È in grado di combattere, dice, e l'unica cosa che le serve è una spada. Un'armeria degna di questo nome, sulla Fulgor, non c'è; Mark scende in cabina e torna con la spada di Noire. Buon bilanciamento, e addosso l'odore del fumo. Blanche la riconosce al primo sguardo.

«È morto, vero?»
«È stato ucciso dal tuo capo.»

Le dicono anche dei due dobloni. Blanche non si scompone: «Ogre vi starà cercando.» Della battaglia sulla Crimson non sa nulla — quando è successa lei era già stata gettata in pasto al Kraken.

Quello che invece può dare è il quadro della città. Le casacche rosse di Ogre stanno invadendo Galeonia; le casacche blu di Barbarossa e Monise provano a contrastarle. La gente vive normalmente, come ha sempre fatto, perché nel caos c'è sempre vissuta — ma adesso le fazioni sono due. Contatti, lei, non ne ha più: le persone che conosceva erano sulla nave di Ogre, e quella nave l'hanno affondata loro. Le resta un solo indizio: uno dei generali di Ogre si è rifiutato di combattere ed è finito nelle prigioni. Come si chiami, non lo sa.

VI. Il porto piccolo

I porti di Galeonia sono due, quasi equidistanti. Nel porto maggiore stanno le navi che contano: la Crimson di Ogre, la nave di Monise, quella di Barbarossa — e la quarta, quella del re ucciso. È presidiato, protetto, pieno di gente importante. Il porto piccolo, quello del distretto dei pescatori, è l'altra cosa: vicino alle taverne, agli alloggi, alla casa di Mark e alla torre-prigione, e pieno di angoli in cui sparire se le cose si mettono male. Scelgono quello.

Attraccano che è ancora buio. Sulla banchina si presenta un manipolo di quattro o cinque guardie con la giubba blu: uomini di Monise. Blanche parla con loro, e dice alla ciurma che di quelle guardie ci si può fidare abbastanza da lasciare la nave in custodia.

Le sartie del Fulgor si muovono da sole e imbrigliano la mano di Blanche sulla passerella
Le sartie si tendono da sole e bloccano la mano di Blanche

Prima di scendere, Mark la prende da parte e le allunga di nascosto una bottiglia di rum d'annata: un gesto rapido, studiato per non farsi vedere dal resto della ciurma — e da Jack in particolare. Blanche però, allontanandosi, alza la bottiglia e la mostra a Jack con un sorrisetto di scherno. Jack sfodera la spada. Le sartie della nave si tendono da sole, corrono lungo la fiancata e le imbrigliano la mano; lui scende con tutta calma, le sfila la bottiglia, ne beve l'ultima goccia e gliela rimette in mano vuota prima di liberarla. Le guardie sulla banchina restano a fissare le corde che si muovono senza vento e senza mani, e nessuno a bordo si prende la briga di spiegare loro alcunché.

Remo resta di guardia alla nave. Mark gli lascia una delle tre pistole prese sull'Olandese Volante: è fasciato, traballante e ha già mangiato e bevuto tutto quello che c'era a bordo, ma regge un'arma meglio di chiunque altro sia rimasto. Gli altri si danno appuntamento sulla banchina entro un'ora, e si dividono per la città.

VII. Violet

Mark va verso i propri alloggi. La porta è chiusa e, appena tocca la maniglia, da dentro arriva il rumore di qualcosa che si muove. Fa un passo indietro, aspetta, non sente più nulla. Poi la sfonda con un calcio.

Dentro: una candela sul tavolo, monete, carte da gioco sparse, un coltello piantato nel legno, una pistola. E, seduto, un uomo che lo guarda con un sorrisetto — vestito appariscente, stivali bianchi, un mantello a quadri di colori tutti diversi, lunghi capelli bianchi.

Violet seduto al tavolo a lume di candela, fra carte da gioco e monete
Seduto al tavolo, un uomo che lo guarda con un sorrisetto

Si presenta come Violet. È naufragato a El Nido da un solo giorno; prima navigava sulla Diamond Roulette, la nave-casinò che gira all'infinito per i mari di Navigavia — Mark dice di esserci salito venticinque anni prima. Ha trovato una casa vuota e se l'è presa: le prime due gli erano andate male, la terza si è rivelata interessante.

Di là, sul letto, ci sono due guardie di Ogre, morte. Erano appostate lì dentro ad aspettare il padrone di casa. Hanno la gola tagliata con un taglio sottilissimo, «a carta»: Violet non porta pistole, porta carte da gioco.

Nel frattempo ha bevuto il rum di Mark e fumato il suo tabacco, quasi tutto. Mark non fa una piega: si fa versare da bere, si accende il proprio tabacco e comincia a parlare. Giocano a dadi, e Violet vince ogni singola mano — finché Mark non glielo dice in faccia: almeno una avrebbe dovuto fargliela vincere, si sarebbe insospettito meno.

«Noto che sei uno che sa usare bene le parole al posto delle armi. E noto che hai visto che stavo barando.»

Mark gioca la carta che ha: da quest'isola non si va via. O si sta con Ogre o si sta con Monise, e non si fa mai una bella fine. A meno di salire sulla Fulgor. A Violet non interessano i soldi, e i discorsi sulla libertà lo divertono appena: vuole valutare con i propri occhi la nave e la ciurma. Il patto lo chiude lui, alla sua maniera: «Portami dalla tua ciurma, e dammi le chiavi di casa tua.» Mark gli lascia casa, rum e tabacco.

Prima di uscire spogliano i due cadaveri delle casacche rosse e se le portano dietro. Non si sa mai.

VIII. La taverna e le casse

Il locandiere della taverna del porto piccolo è un vecchio amico di Mark, e lo accoglie con l'allarme di chi sa le cose prima degli altri: stanno cercando lui, e quei quattro hanno fatto un bordello in città. Mark sta al gioco — lo hanno rapito, portato in giro, costretto a fare cose che lui, per carità — e si guadagna il rum buono, quello che di solito non esce da sotto il bancone.

Il locandiere tira fuori la bottiglia buona da sotto il bancone
Il locandiere, vecchio amico di Mark, tira fuori il rum buono

Poi va al punto. Servono rifornimenti, e della maniera «più veloce, che lascia meno tracce»: viveri e bevande di qualità, armi, proiettili, palle di cannone, qualche granata, reti da cattura, rampini e attrezzatura da arrembaggio, e strumenti di navigazione nuovi, perché i loro sono ormai datati. Metà del pagamento subito, metà a carico completato. La consegna è promessa per la mattina dopo; Mark insiste perché sia il prima possibile — vuole essere lontano da Galeonia il prima possibile.

Violet, intanto, sale al piano di sopra da Ubalda. Mark gli paga il giro e lascia al locandiere una moneta d'oro, perché quando il suo amico scende gli offra da bere e lo trattenga lì.

C'è anche il tempo per uno scherzo. Fra le casse dei rifornimenti Mark ne fa preparare una piccola, con su scritto mutande Mark, e dentro ci nasconde il proprio rum. Con Jack a bordo, non gli sembra una precauzione eccessiva.

IX. Il cantiere navale

Mark torna dove lavorava prima di tutto questo: il cantiere navale, dove fa il carpentiere. L'accoglienza è quella di sempre — «dove cazzo eri finito?» «ero in ferie» — e la copertura regge, perché Barbarossa in persona gli aveva fatto avere qualche giorno libero in cambio di un lavoretto fatto a casa sua.

Mark parla a bassa voce con tre carpentieri dietro uno scafo in costruzione
Mark prende da parte i tre di cui si fida

Prende da parte i tre di cui si fida di più — Ludovico, Jonathan e Carlos — e li porta dove nessuno può sentire. Odiate Ogre quanto lo odio io? Volete andarvene quanto voglio andarmene io? «Nessuno se ne può andare» rispondono. «Noi abbiamo quasi trovato la via per uscire» dice Mark. Non può spiegare altro. Chiede solo se si fidano di lui.

Si fidano. Sono braccia buone, e sulla Fulgor ce n'è bisogno: vele da tirare, una nave da riparare, un posto di mozzo rimasto vuoto. Si presenteranno la mattina dopo, presto, alla nave blu ormeggiata nel porto piccolo. Mark dà a ciascuno una moneta e li manda a bere alla sua salute.

X. Le giubbe rubate

Jack, per arrivare al Galeone dei Re, sceglie la strada lunga.

Si apposta dietro un angolo, vicino al porto, e aspetta. Passa una ronda blu che lo squadra senza fermarsi; poi arrivano due casacche rosse. Jack fa stridere la spada contro lo spigolo della casa, quel tanto che basta a incuriosirle senza allarmarle, esce di colpo e le stende a mani nude: un destro in faccia al primo, il secondo preso alle spalle e tenuto finché non sviene. Ne nasconde uno nell'ombra e si scambia i vestiti con l'altro.

Poi cambia idea: una giubba rossa non lo porterà dove vuole andare. Aspetta la ronda blu successiva — a un certo punto del giro le guardie si fermano e cantano, è una loro consuetudine — si accoda muovendo la bocca a tempo, e quando il canto finisce ne stordisce una e si infila la sua divisa sopra i propri vestiti.

Jack si taglia la barba con la lama della spada in riva all'acqua
Jack si taglia la barba con la spada

Resta un ultimo dettaglio, ed è il suo volto. Jack si taglia la barba con la spada, getta in acqua barba e trecce, si passa una mano per terra e si sporca le guance. Chi lo ha visto l'ultima volta a Galeonia farebbe fatica a riconoscerlo.

Arriva davanti al Galeone dei Re con passo spedito e il tono di chi comanda: «Tre di voi si muovano, al porto grande. Monise ha bisogno di attraccare, ha bisogno di voi.» Tre guardie partono di corsa. Lui guarda le altre due e annuncia che il turno, adesso, è il suo.

XI. Barbarossa

Il Galeone dei Re, dentro, non è più una nave: scalinate, uffici, gente che va avanti e indietro con carte e registri. In cima, la porta dell'ufficio è presidiata da due guardie enormi. «Ordine del capitano, devo entrare.» «Chi sei?» «Ordine del capitano. Non hai bisogno di sapere il mio nome.» Lo fanno aspettare, poi lo fanno passare.

L'ufficio di Barbarossa dentro il Galeone dei Re, a lume di candela
L'ufficio nel Galeone dei Re: Barbarossa ascolta

Dentro c'è Barbarossa, il padre di Ogre. Jack si toglie la giubba blu. «Mi sembra di averti già visto.» «Sono Jack. Ci siamo conosciuti l'altra volta.»

Jack gli racconta quello che serve. Sono sulle tracce di suo figlio, che ha ucciso la loro ciurma ed è alla ricerca dei dobloni. Sono rimasti in pochi, senza scorte e senza Skullo: Edward era stato perso in uno scontro con la Morte in persona, e Skullo si è sacrificato per riportarlo indietro — adesso vive dentro di lui. Noire è morto per mano di Ogre; Remo è ridotto male; Rouge è stata rapita. Blanche, invece, è viva ed è con loro: Ogre l'aveva gettata in pasto al Kraken. Barbarossa non si stupisce.

«Gliel'avevo sempre detto, di non fidarsi.»

Ogre, per quanto ne sanno, è nella zona dell'isola del vulcano e ha già un doblone con sé; loro ne hanno due, quello della Morte e quello del Vento.

Barbarossa chiama le guardie e ordina, con cattiveria, che gli trovino Monise. Li farà chiamare entro la mattina. Poi fa scortare Jack fuori, e gli fa consegnare del rum e un sacchetto d'oro.

XII. La cella di Cinna

La prigione è una torre, e la torre è nel centro esatto di Galeonia: la si vede da ovunque.

Esteban ci arriva da solo. Davanti all'ingresso c'è una decina di guardie rosse, che si mettono in assetto appena lo vedono avvicinarsi. Non si scalda: dice di stare con Ogre, di essergli amico, e chiede di parlare con Cinna — il generale che si è fatto rinchiudere per non combattere più. Le guardie lo squadrano a lungo. Alla fine lo lasciano passare.

Cinna addormentato sul giaciglio della cella, con il martellone accanto e una pentola in testa
Un uomo con un martellone e una pentola in testa, che dorme

Le celle non sono più tetre come le ricordava: torce accese lungo il corridoio, marciume, qualche scheletro dimenticato. In fondo, una cella aperta. Dentro, un uomo basso e tozzo, tutto muscoli e cicatrici, appoggiato al giaciglio con un martellone accanto e quella che sembra una pentola calata in testa. Dorme, e russa.

Esteban lo sveglia battendo la mano sulla pentola. «Ma che cazzo stai facendo?»

La conversazione dura poco. «Non mi interessa. Vattene.» Esteban insiste — Ogre ha ucciso un suo amico e lui vuole vendetta; Ogre ha rapito Rouge; loro sanno dove trovarlo. Cinna non si muove di un centimetro: non gli interessa, vuole restare lì dentro, non ha voglia di combattere. Poi chiama la guardia.

XIII. La feritoia

Edward e Nick, nel frattempo, hanno girato a vuoto fra il cantiere navale e il porto. Nessun contatto utile, e un'aria in città tesissima: ronde continue, risse, gente malmenata ai lati delle strade, ubriachi addormentati sul selciato, lavoratori che escono all'alba e non hanno tempo da perdere con due sconosciuti che fanno domande. Lungo la strada una ronda rossa li costringe a sparire — Nick si dissolve nell'ombra, Edward passa a basso profilo, viene squadrato e lasciato andare.

Quando arrivano in zona prigioni, le guardie rosse li fermano sul posto. Edward prova a parlare: devono davvero parlare con Cinna, è una questione importante. Riceve il primo avvertimento, poi l'ultimo.

Edward fa da catapulta a Nick, che salta verso la feritoia del primo piano della torre
Edward fa da catapulta, Nick vola verso la feritoia

Allora girano dietro la torre, cercando un angolo cieco. C'è una feritoia rettangolare al primo piano. Edward intreccia le mani e fa da catapulta; Nick prende la rincorsa, ci appoggia il piede destro e finisce più in alto del previsto, con davanti solo mattoni. Con la sua vista trova gli appigli fuori posto, scende di un paio di prese e si infila dentro.

Edward resta fuori a coprire.

Dentro c'è una guardia. Nick non le lascia il tempo di gridare: le taglia la gola, ne trascina il corpo in una cella vuota, le sfila i vestiti e li indossa. Poi scende e raggiunge Esteban davanti alla cella di Cinna.

XIV. Il martello

Cinna li caccia di nuovo, e stavolta ha pure ragione. «Non so nemmeno chi siete. Mi arriva uno che non so chi sia a farmi delle domande; un altro entra da una finestra, uccide un uomo, e viene a farmene altre.» Paura, dice, non ne ha: ha visto di peggio.

Ma loro non se ne vanno, e lui continua a parlare. Ha combattuto troppo nella sua vita, e ha scelto liberamente di smettere; lì dentro gli portano da mangiare quello che chiede e nessuno gli ordina di uccidere nessuno. Sul tesoro è ancora più netto.

«Il tesoro di Crono è una maledizione. Sono morti tutti quelli che lo cercavano.»

Gli mostrano il sacchetto d'oro. Non gli interessa.

Quello che lo fa fermare è un'altra cosa. Quando gli spiegano che a El Nido non ci sono arrivati per il tesoro — che ci sono finiti da prigionieri del capitano Serges, e che l'unica cosa che vogliono è tornare a casa, a Navigavia — qualcosa cambia nel tono della conversazione. Alla domanda su cosa sappia fare oltre a combattere, Cinna risponde che sa tenere un timone: esattamente il posto che sulla Fulgor è rimasto vuoto. Gli offrono un passaggio, una terra nuova, e la tranquillità di non dover più alzare quel martello.

Cinna esce dalla torre trascinando il martello sul selciato, fra le guardie che si scansano
Cinna esce dalla torre trascinando il martello

Cinna non risponde. Si alza, prende il martello, passa in mezzo a loro ed esce dalla cella. Esce anche dalla torre, dalla porta principale, trascinando il martello sul selciato: le guardie rosse si scansano tutte, senza fiatare. Lo seguono.

Cinna cammina fino alla taverna, si siede a un tavolo e ordina da mangiare. Poi ordina di nuovo. Paga Esteban. Quando gli chiedono se vuole venire a conoscere il resto della ciurma, e soprattutto il capitano, dà l'unica risposta che ha intenzione di dare: «Avete detto che partite domani. Ci vediamo domani.» Poi si alza ed esce.

XV. Remo e la cassa

Jack torna alla Fulgor. La banchina è già un via vai di uomini con le casse in spalla: i rifornimenti stanno arrivando. Scende sottocoperta da Remo, che sistema il carico senza lasciare che nessuno si affatichi al posto suo, e gli chiede un brodo.

Jack apre la cassetta con su scritto mutande Mark e trova otto bottiglie di rum
La cassa con su scritto «mutande Mark»

Fra le casse ne trova una piccola, con su scritto mutande Mark. Dentro ci sono otto bottiglie di rum d'annata. Jack le fa nascondere a Remo in cucina — quel rum, decide, è loro due — e nella cassa ci mette le proprie mutande bagnate.

Poi arriva la parte seria. Remo è divorato dai sensi di colpa: Rouge è stata presa mentre lui era lì, e la forza, dice, ce l'aveva. Jack se ne prende la sua parte — è colpa di tutti, è colpa sua — ma Remo scuote la testa: è stato Noire a salvarli tutti. Jack gli promette che andranno a riprenderla e che si vendicheranno. Remo lo congeda: alla nave ci pensa lui.

Jack sale nella sala del capitano, apre la porta a vetri e si siede.

XVI. La cabina del capitano

Rientrano tutti a bordo. Violet entra ufficialmente nella ciurma — giocatore d'azzardo e, come hanno avuto modo di vedere, un gran picchiatore. Cinna si presenterà l'indomani, ammesso che si presenti. I tre carpentieri arriveranno all'alba.

Mark apre la porta della cabina del capitano e trova Jack seduto sulla sua poltrona
Mark trova la propria poltrona occupata

Poi Mark trova Jack installato nella cabina del capitano. Jack non rivendica il comando: rivendica il letto, perché la sua branda è scomoda e quella è la cuccetta migliore della nave. A Mark non va giù. Ha passato la notte a trovare uomini, a contrattare rifornimenti e a riempire le casse, e si ritrova la propria porta aperta e la propria poltrona occupata.

Jack si scusa, più di una volta. Mark resta seccato, e la questione — di chi sia quella cabina, e a che titolo — resta sospesa esattamente dove l'hanno lasciata. Non c'è tempo per chiuderla: sulla banchina, mentre ancora si punzecchiano, sta arrivando un manipolo di giubbe blu.

XVII. La convocazione

«Barbarossa vi chiama. Non abbiamo tempo da perdere, è importante. I piani di Ogre stanno andando avanti. Vi vuole tutti.»

Li riportano al Galeone dei Re. Monise non si trova — «sarà a pescare».

Barbarossa vuole il racconto per intero, da cima a fondo. Raccontano tutto: la mappa, gli indizi, le visioni di Skullo, i due dobloni. Barbarossa non scopre nulla di nuovo: la storia dei dobloni la conosce da sempre. Raccontano anche di essere stati al cospetto di Barbanera, nel Mare dei Morti, e del patto stretto per tornare indietro.

Quello che ricevono in cambio è il quadro che mancava.

Barbarossa alla finestra che guarda i cantieri dove si costruiscono nuove navi da guerra
«Mio figlio non vuole che El Nido si apra»

Ogre non vuole il tesoro. Ogre non vuole che El Nido si apra. Vuole i dobloni per tenere chiuso l'arcipelago, e nel frattempo continuare ad accrescere il proprio potere militare: la Crimson non era la sua unica nave, ne costruisce altre e recluta naufraghi come loro, e ci sta riuscendo sempre meglio. Uscirà soltanto quando sarà abbastanza forte da conquistare tutto — e quello che vuole conquistare è Navigavia. Barbarossa non riesce più a tenerlo a bada.

C'è un motivo, e lo dice senza giri di parole. La sua amata, la madre di Ogre, è morta. Era discendente diretta dei Van Der Skull. A ucciderla è stato il capitano Serges — e da allora suo figlio non cerca altro che vendetta contro Navigavia.

Il nome li fa sobbalzare: Serges lo conoscono. È il capitano che li ha catturati e trascinati fino a El Nido; è per causa sua che si sono conosciuti. Barbarossa li guarda, sorpreso a sua volta: «E voi come fate a conoscere il capitano Serges?»

Poi il piano. «Domattina dovete partire. Io preparerò ciò che rimane della mia flotta, chiamerò quell'imbecille di Monise, e vi seguirò appena pronti. Va fermato. E non sarà facile.»

Prima che escano, Barbarossa li conta. «Non eravate di più, quando siete partiti?»

Fanno il conto ad alta voce, un nome alla volta. Skullo non c'è più. Noire è morto. Violet è rimasto fuori dalla porta.

Manca Esteban.

E nessuno di loro sa dire da quanto.

XVIII. La Fulgor

In quello stesso istante le porte della sala si spalancano di colpo. Un soldato entra di corsa, affannato e coperto di sudore: «Capitano — la Fulgor sta lasciando il porto. Ha sciolto gli ormeggi senza alcun avvertimento.»

La Fulgor già lontana all'orizzonte, vista dal porto di Galeonia
La Fulgor è già un puntino all'orizzonte

Corrono. È ancora notte; Nick si trasforma e prende il volo, tenendosi basso. Arrivano al porto uno dopo l'altro, e il primo vede quello che vedranno tutti: la Fulgor è già molto lontana, quasi all'orizzonte, carica dei loro viveri e di tutto quello che avevano appena imbarcato.

Sulla banchina c'è soltanto Remo. Il volto scuro, tremante, i pugni chiusi — più furioso che spaventato. Non ha una ferita nuova addosso e nessuno gli ha messo le mani sopra: da quella nave è sceso perché gli è stato chiesto di scendere.

I due dobloni sono al sicuro. Mark, dal funerale di Noire in poi, non se n'è più separato: li porta addosso, nascosti. È l'unica cosa che su quella nave non c'era.

In mano, Remo ha una lettera.

XIX. La lettera

Branco di canaglie,

quando leggerete questa lettera io probabilmente sarò già abbastanza lontano da non poterne nemmeno più vedere le luci, della città di Galeonia. Ne abbiamo passate tante assieme, negli ultimi tempi, nel bene e nel male, e credo di essermi un po' affezionato a vedere le vostre facce preoccupate.

Come vi accennai un po' di tempo fa, io avevo un amico: Tuco. Era come un fratello, per me. Razziavamo, saccheggiavamo, bevevamo rum e solcavamo i mari come grandi filibustieri. E farei di tutto per riportarlo in vita e per vendicarmi della Marina di Valisella. Di tutto.

Ed è così che, durante una delle mie scorrerie, sono venuto a conoscenza di una possibilità — diciamo — per poterlo riportare in vita. Sì, è vero, potrebbe essere solo una diceria, ma ci devo quantomeno provare. Questa possibilità è il tesoro di Crono, come immagino ormai avrete capito.

Come avete, e abbiamo, potuto constatare, i modi per arrivarci sono ben più articolati di quanto io mi aspettassi, e diciamo che questo non immaginare mi ha portato a compiere piccoli errori. Errorini tecnici, in passato: come ad esempio aver dato in gestione la mia flotta a un branco di topi di sentina zoticoni, piuttosto che a un gruppo navigato come voi. Maledetto Jose. Gli avevo detto che dovevamo mantenere un profilo basso e reclutare una ciurma: non serviva tutto quello spargimento di sangue alla taverna. Sarei riuscito a tagliarti il collo, quando stavi ammutinandoti sul ponte disobbedendo al mio ordine di non sacrificare altri prigionieri — se non fosse stato per quel Kraken, quel maledetto Kraken, che mi ha colpito facendomi svenire. Spero tu sia finito fra le sue fauci.

Tornando a noi: mi spiace, non ce l'ho con voi. Ma la mia strada, lastricata di vendetta e di scelte sbagliate, vi ha portato sul mio cammino; e ora che siamo a un passo dal tesoro, non posso buttare via anni di ricerche. Così ho deciso di stringere un patto con Ogre, il quale al momento sembra essere sempre più vicino alla meta. D'altronde, alleandomi con lui, avrei anche modo di tenere sotto controllo Rouge.

Mi rivolgo a te, Jack: fai in modo di portare i dobloni mancanti a Ogre, e ti prometto che non torcerò un capello a Rouge. Non voglio farlo, credimi. Non costringetemi: non servono altri morti inutili.

Alzo questo boccale di rum d'annata a voi, figli di filibustieri.

Esteban Ernandez de las Jelas,
conosciuto in tutta Navigavia come Capitano Serges

La firma in fondo alla lettera, a lume di candela
La firma in fondo al foglio: Capitano Serges

Che Rouge sia davvero nelle sue mani, però, la lettera non lo dimostra. Potrebbe essere un bluff, e nessuno di loro è in grado di escluderlo.

XX. Sulla banchina

Monise arriva di corsa con i suoi soldati, cinque minuti troppo tardi. La Fulgor è ormai quel puntino in fondo all'orizzonte.

Non c'è tempo da perdere: devono prendere la sua nave — il Nabucodonosor — e partire immediatamente. La Fulgor è più veloce, molto più veloce; ma qualche trucco, fanno notare, ce l'hanno anche loro.

Jack dice a voce alta quello che sta pensando: l'unico pensiero che ha, in questo momento, è infrangere la propria regola sacra — quella di non uccidere mai nessuno. Non sta parlando di Ogre. Poi sfodera la spada, la lecca, dice «ecco che sapore sentirò», e la rinfodera.

Nick appoggia la mano insanguinata sul legno della banchina e recita una cabala in rutenese
Nick giura in rutenese, con la mano aperta sul legno

Nick si taglia il palmo della mano con il pugnale, lo appoggia sul legno della banchina e recita una cabala in rutenese: giura che quello spargimento di sangue si rivolterà contro chi l'ha causato.

XXI. Quello che se ne va con la Fulgor

Guardano la Fulgor andarsene, allontanandosi verso l'orizzonte. Con lei se ne va un compagno di cui si fidavano ciecamente: quell'uomo buffo, che sapeva riportare la luce anche nei momenti più bui.

Il volto sorridente di Esteban si incrina come una maschera e sotto compare quello di Serges
Era soltanto una maschera. Esteban non è mai esistito

Era soltanto una maschera. Esteban non è mai esistito. Al suo posto c'è sempre stato Serges, temuto capitano di una flotta pirata, spinto da un cuore spezzato e da un'anima divorata dalla sete di vendetta.

I suoi finti errori in combattimento, stranamente seguiti da colpi fin troppo letali, avrebbero dovuto insospettirli. È stato lui a guidare l'attacco che ha quasi raso al suolo la taverna di Romolo, ed è sempre stato lui a condurli su questo sputo di terra chiamato El Nido. Su quel ponte, mentre il Kraken scatenava l'inferno, lui non era al loro fianco nelle prigioni — e nessuno, nell'illusione della battaglia, si è posto le giuste domande.

Ora le ombre si allungano e i problemi si accumulano: Rouge, Ogre, i dobloni, e adesso anche Serges. La prossima battaglia segnerà la sorte di innumerevoli. Stanno per entrare nel cuore del ciclone.

La resa dei conti è vicina. Spiegate le vele, ciurma. Il destino vi attende.

Fine del Capitolo VIII.

— Cronaca della Navigavia · Le isole di El Nido