Cronaca di una ciurma di canaglie
Capitolo IX
Il cuore
del vulcano
In cui la ciurma insegue la propria nave fino a un'isola di fuoco, scende nel ventre della montagna per l'ultimo balletto con Ogre… e scopre che il mare non ha ancora finito con loro.
I. La pioggia sul Nabucodonosor
La pioggia battente sferza il ponte del Nabucodonosor. Appoggiati al parapetto di prua, scrutano l'orizzonte alla disperata ricerca di una vela. Il tempo avverso non è loro amico, e nemmeno la velocità della nave: non è un vascello lento, sia chiaro, ma è di certo meno agile di quella maledetta nave che Serges ha sottratto loro da sotto il naso.
Soltanto poche ore prima, sulla banchina di Galeonia, stringevano fra le mani la lettera che confermava il tradimento di Esteban, il sangue che ribolliva nelle vene. Era stato Monise, e solo lui, a scuoterli da quel misto di ira e sconforto.
«Non c'è tempo da perdere, ragazzi, e neanche per le spiegazioni. Prendete la mia nave al molo: è già pronta a salpare. Io e Barbarossa vi raggiungiamo appena possibile. Ogre va fermato, e la Fulgor sicuramente riconquistata.
Ah, mi raccomando: se vedete Esteban, dategli un calcio nelle palle da parte mia. E Jack — il mio liquore speciale, non finirlo in una notte sola. O ti strappo le palle e ci faccio un paio di orecchini, quando ti rivedo.»
Corsi al porto, hanno trovato Cinna già al timone, mezzo addormentato, con una coscia di polpecora stretta fra i denti a mo' di colazione. Hanno spiegato le vele sulla scia della Fulgor, e solo dopo qualche ora di navigazione si sono accorti che, di vedetta sull'albero maestro, c'era una vecchia conoscenza: Blanche, intenta a scrutare l'orizzonte in completo silenzio, tanto immobile da diventare quasi invisibile. Lo zampino di Monise, di sicuro, c'entra qualcosa.
Ognuno sta affrontando il viaggio a modo suo. Remo, ancora scosso dall'ennesimo colpo basso, ha ritrovato un po' di sollievo scoprendo la cambusa ben fornita del Nabucodonosor. Violet se ne sta comodamente sdraiato su una branda sottocoperta, ignorando chiunque lo cerchi. Mark è chino sul tavolo di navigazione, a studiare con interesse le carte nautiche di Monise sotto lo sguardo silenzioso dei suoi tre uomini — Ludovico, Jonathan e Carlos. Jack, rintanato nella cabina del capitano, sta ancora perlustrando i mobili alla ricerca di quel fottuto liquore. Nick, seduto sulla polena, affila i coltelli canticchiando un tetro motivetto che in terra rutena si intonava prima delle battaglie. Edward, dal canto suo, è chiuso in cabina a discutere con Skullo, con cui ormai deve condividere lo spazio nella propria testa.
Poi, all'improvviso, il grido di Blanche dalla vedetta rompe il silenzio: «Isla Vulcanica!»
Risaliti tutti in coperta, sotto la pioggia che continua a flagellare la nave, tornano a fissare l'orizzonte, ciascuno chiuso nei propri pensieri, in attesa di quello che sarà un grande scontro.
II. Buono o cattivo
Sotto la pioggia, la domanda che nessuno ha ancora fatto ad alta voce viene fuori da sola: Esteban — Serges — è buono o cattivo?
Per Jack non ci sono dubbi su una cosa: ha tradito la loro fiducia. Avrebbe potuto parlarne. Magari ci sarebbero arrivati prima, e insieme.
Edward la mette così: dal loro punto di vista, di sicuro, è un pezzo di merda. Però ha la sua motivazione.
Nick ci ha ragionato sopra. All'inizio era cattivo, questo sì: forse li voleva perfino sterminare. Poi, però, qualcosa è cambiato; si è affezionato un po' anche a loro. Tant'è vero che si è preso solo la nave — non li ha sgozzati nel sonno. Doveva raggiungere i suoi obiettivi, e nella lettera c'è scritto tanto.
Mark scuote la testa. Non è questione di buoni o di cattivi: sono le intenzioni a fare la differenza. Quelle di Ogre sono malvagie. Esteban, invece, ha tirato l'acqua al suo mulino. Ma avrebbe potuto credere in loro, e non l'ha fatto. Se dopo qualche tempo, da compagni di ciurma, avesse raccontato la sua storia, gli avrebbero dato due cazzotti fortissimi, e poi lo avrebbero aiutato. Sarebbe potuta andare in tutt'altro modo, senza sentirsi dire: «Portatemi i dobloni, o farò del male a Rouge.» Per salvare il suo amico, li lascia qui, al Nido.
III. Le priorità
La Fulgor l'hanno seguita finché era in vista; poi le sue vele sono sparite oltre l'orizzonte, ma la rotta era quella indicata dalla lettera. Il Nabucodonosor è un galeone normalissimo — più grosso della Fulgor, con una doppia fila di cannoni — ma senza alcun potenziamento magico e senza motore. La Fulgor, se Serges ha caricato del Salt, è molto più veloce.
Nick sale a guardare. Con la sua vista, in lontananza, riconosce le vele della Fulgor: chiuse. È ormeggiata a Isla Vulcanica.
«Ragazzi, oggi preparatevi alla guerra,» dice Jack. «Perché io ne esco morto, o con la testa di un morto in mano.»
Mark lo ferma. Prima di arrivare, devono parlare seriamente di una cosa: se potessero raggiungere un solo obiettivo, quale sarebbe?
Il doblone. Su questo sono tutti d'accordo. Devono tornare a casa. Rouge va salvata, è ovvio, ma come obiettivo secondario — se possibile. Serges non è un obiettivo: morirà comunque, prima o poi, per mano del Nido. Nick precisa soltanto che, se durante il combattimento potrà spararlo in faccia, gli sparerà in faccia.
Jack chiede di rileggere la lettera a mente fredda, per cercare qualche messaggio nascosto fra le righe. Qualcosa esce. Jose aveva disobbedito agli ordini: Serges voleva un profilo basso e una ciurma reclutata, non una strage alla taverna. E l'ammutinamento sul ponte era contro il suo ordine di non sacrificare altri prigionieri — forse, allora, loro non erano destinati al sacrificio. Anche se, fa notare qualcuno, in quel posto ce li ha portati lui.
E il tesoro di Crono? Edward ricorda la leggenda: i dobloni hanno formato la catena montuosa attorno al Nido. Forse riunirli la farà abbassare. Forse il tesoro è la libertà stessa. Skullo, però, il tesoro l'aveva trovato — e l'armata arrivata dopo di lui non veniva certo a cercare un gruppo di indigeni. Sono passati mille anni, e le leggende passano di voce in voce.
IV. Chi viene e chi resta
Cinna li accompagna perché gliel'ha chiesto Monise, e mette subito le cose in chiaro: «Io timono la nave. Ma non chiedetemi di tirar fuori il martello.»
Blanche li accompagnerà fino all'ingresso della grotta, ma non oltre: resterà sulla nave.
Violet tentenna. Secondo lui è una questione personale, e non lo riguarda. Mark gli chiede se vuole andarsene dal Nido o restarci; Violet va dove lo porta la corrente, e prima o poi dal Nido se ne andrà, seguendo loro. Tira fuori un mazzo di carte e ne guarda una. Accetta di guardar loro le spalle.
Resta da decidere quale doblone inseguire per primo: quello sull'isola, o quello nelle tasche di Ogre? Quello sull'isola — dove, molto probabilmente, troveranno già Ogre. Altre navi non se ne vedono. Monise e Barbarossa dovrebbero essere in arrivo.
V. L'approdo nella tempesta
Mentre si avvicinano, Isla Vulcanica si staglia all'orizzonte come un colosso di pietra: un enorme vulcano, la cima soffocata da una spessa coltre di fumo scuro. Sono circa le cinque del mattino. Fra le brume dell'alba e la visibilità ridotta, notano che la conformazione della costa crea una proda rocciosa perfetta: uno spiazzo di roccia vulcanica che conduce all'imbocco di una grotta scura. E lì, ad aspettarli, c'è la Fulgor: vele ammainate, cullata dal ritmo del mare in tempesta, un ponte d'approdo steso verso la terraferma.
La manovra è da fare con la tempesta addosso, poca visibilità, e in un posto che non è un porto. Vele ridotte per rallentare; Mark distribuisce gli ordini a Ludovico, Jonathan e Carlos, Cinna tiene il timone. Nick arrotola la corda del rampino, la tende più che può, prende la mira e lancia: il gancio centra la Fulgor dentro il timone, incastrandosi contro la balaustra, così che nessuno possa più girarlo.
Il rumore della tempesta è forte, ma a bordo lo sentono. Si sentono urla.
Ora che sono di fianco, anche nella foschia, le casacche rosse spiccano bene: sono quattro, sul ponte, e stanno scrutando verso il Nabucodonosor. Mark è già sulla balaustra, pronto: conosce la nave, sa da dove possono salire.
Nick sfrutta la corda tesa del rampino e ci cammina sopra, fino ad atterrare acquattato sulla Fulgor. Le guardie non lo vedono: guardano l'altra nave. Nick si fa sentire lui: «Ehi, stronzi!» Si voltano, e mettono mano ai moschetti. Un colpo di Mark abbatte il più vicino. Prima che gli altri capiscano da dove arriva, Nick è già addosso a due di loro e pianta i coltelli nella giugulare; l'ultimo cade sotto un secondo colpo di pistola.
Non ci hanno capito niente. E non ci capiranno mai più.
Sul ponte non c'è più nessuno. Nick stacca il rampino dal timone.
VI. Rouge
Nick scende sottocoperta, piano piano, a sbirciare. Il solito tavolo di navigazione, usato tante volte; lo scricchiolio del fasciame che ondeggia; il corridoio che porta alle cabine. Nessuno.
Mark scende dopo di lui e va nella propria cabina, a controllare se Serges vi abbia lasciato qualcosa. È lì che la sente: la voce di una ragazzina che chiama. Viene dalla cabina accanto — quella di Jack.
Chiama Nick, che si avvicina alla porta e guarda dal buco della serratura. Nella penombra c'è Rouge. È spaventata. Non è legata.
Lo dicono a Jack. Nick si mette a scassinare la serratura, ma Jack arriva e sfonda la porta all'istante. Rouge gli salta addosso e lo abbraccia.
Prima di tutto, però, si accertano che sia davvero lei. Lo è. E racconta. Quando la nave è stata attaccata, qualcuno le ha dato una botta in testa. Poi ricorda il magma, la lava: pensa fossero nella grotta. A un certo punto è arrivato Esteban — ma era diverso. Non era più simpatico, ed era vestito in un altro modo. Ha parlato con Ogre, e le hanno detto di farsi da parte. Poi è stato lui a riportarla sulla nave: «Stai qua tranquilla, che ti verranno a salvare.»
«Non ti preoccupare,» le dice Jack. «Esteban in realtà è con noi. È un infiltrato. È tutta una strategia.»
Non è vero. Ma Rouge ha bisogno di sentirselo dire. E almeno una cosa, adesso, è certa: la lettera non era un bluff. Rouge, Serges l'aveva davvero.
VII. Una sorpresa per Edward
Controllano le cabine una alla volta. Quella di Nick: la sua roba, le tende chiuse, il letto in ordine. Quella di Edward è chiusa. Da dentro non viene alcun suono, ma le coperte del letto sono gonfie, come se sotto ci fosse qualcuno.
Armi alla mano, si dispongono a distanza. «Chi c'è?» Nessuna risposta. È buio, c'è foschia. Edward afferra un angolo della coperta e la tira via di colpo.
C'è Ubalda. La ragazza della taverna di Galeonia.
«Sorpresa!»
È un regalo di Nick. A Galeonia, prima che la Fulgor sparisse dal porto, era passato in taverna e aveva pagato perché Ubalda passasse la notte sulla Fulgor, con Edward. Poi Serges aveva sciolto gli ormeggi senza sapere di avere a bordo anche lei, e Ubalda aveva fatto tutto il viaggio fin lì, ad aspettare.
È Mark a dare l'ordine: «Ragazzi, fuori. Lasciamo quattro minuti a Edward.» La porta si chiude.
Sono quattro minuti di battaglia, e la cabina ne esce peggio che dall'assalto alle casacche rosse. Quando è finita, Ubalda si accende un bel sigaro grosso, così, a letto. «E adesso come torno a casa?»
«Lo scopriremo,» dice Edward.
VIII. Le due navi e la grotta
Non hanno abbastanza uomini per difendere due navi, e se arrivasse un attacco dovrebbero sceglierne una per forza. Scelgono la Fulgor. I tre uomini di Mark cominciano a trasbordare tutto — Remo, i viveri, il rum — dal Nabucodonosor alla Fulgor; il Nabucodonosor resta lì alla fonda. Cinna passa al timone della Fulgor, con un ordine preciso: se vede arrivare qualcuno che non sia la ciurma, si va via. Blanche resta con lui.
Jack, tornando su, passa dalla dispensa, prende una coscia di polpecora e la lancia a Cinna. «Non so perché, ma mi fido di te.»
Scendono sullo scoglio che porta alla grotta. Vento e acqua hanno cancellato ogni traccia, almeno all'esterno.
Mentre si avviano, Blanche guarda Nick e, velocissima, gli tira un coltello. «Fa' in modo che questo sia per Ogre.» Poi torna verso la nave, e si ferma sull'ingresso della grotta, senza entrare.
La caverna è lunghissima, e il fondo non si vede. Dai lati la lava gorgoglia, fiotti di magma escono dalle pareti e illuminano il cammino fino a una luce più intensa, laggiù, al centro del vulcano. Più si addentrano, più il caldo aumenta: saranno una quarantina di gradi.
Per terra, finalmente, le tracce. Poche persone: un paio che potrebbero essere le stesse, andate avanti e indietro. E poi orme molto profonde, pesantissime, che vanno e non tornano.
«Probabile che in fondo ci sia Ogre, ragazzi.»
«Ce l'aspettavamo.»
Decidono di non entrare spavaldi, né alla carica. Prima bisogna capire la situazione: se là in fondo ci fosse Ogre con altri cinquanta uomini e Serges, sarebbe una battaglia improponibile.
La galleria si apre in un'anticamera enorme, alta metri e metri, che poi si richiude in un tunnel. In mezzo, sopra un burrone, un ponte di legno caldo, con le corde e le tavole strinate dal calore.
Nick, il più agile, va per primo, col passo felpato. Il legno scricchiola, ma regge; arriva dall'altra parte. Dopo di lui passa Mark, anche lui senza troppi problemi. Edward è più pesante, e il legno glielo fa sentire: accelera, salta qualche asse, e nell'ultimo salto una corda si spezza — ma lui è di là. Jack passa aggrappato sotto la corda, come si arrembasse una nave da sotto. A metà la corda comincia a cedere; gli altri la tengono tesa con tutte le forze. Quando nell'ultimo tratto si spezza e il ponte crolla nel vuoto, lo afferrano per la mano.
Del ponte rimangono solo i paletti di legno, e un pezzo di corda che Jack si tiene: abbastanza per legare le mani a qualcuno.
Prima di proseguire si mettono d'accordo su una cosa sola: quando lo vedranno, lo chiameranno Esteban. Non hanno alcuna prova di chi sia, se non la sua parola.
IX. Il cuore del vulcano
La grotta non è lunga, da lì in poi. Comincia un ponticello di roccia, e in fondo c'è un arco, bello grosso.
Un'ondata di calore soffocante li investe mentre varcano l'arco di pietra. Al centro di un lago di magma ribollente si staglia un'ampia piattaforma rocciosa, illuminata dalla luce della luna che filtra dal cratere e squarcia il denso fumo nero del vulcano.
Ma non è lo spettacolo della natura a catturare la loro attenzione. Al centro della spianata, la scena è grottesca.
Seduto sul cadavere dilaniato di un gigantesco serpente cremisi, c'è Ogre, imbrattato di sangue e viscere, intento a fumare un sigaro mentre si crogiola nella vittoria. È la creatura della visione di Edward: quella uscita dalla lava, simile a un serpente, nata dal sacrificio di una donna.
Poco distante scorgono quello che una volta era Esteban. Dà loro le spalle, lo sguardo rivolto al cielo lunare. In una mano impugna la spada, l'unica cosa sua sporca del sangue della bestia; nell'altra rigira lentamente fra le dita un doblone rosso.
Ogre si volta verso di lui e scoppia in una risata profonda.
«Sei un uomo di parola, Serges! I tuoi quattro mozzi sono infine arrivati a portarci ciò che non meritano di tenere. Forza: consegnate i dobloni e sparite. Oppure gettatevi nella lava, se vi è gradito. Poco mi importa.»
Arrivare in silenzio era impossibile: il passaggio è un corridoio di pietra dritto verso il centro del vulcano, e Ogre era seduto lì a guardare, perché sapeva che sarebbero arrivati.
«Esteban,» dice Nick. «Fai ancora in tempo. Abbiamo gli altri dobloni. Vieni da noi.»
«Con il tuo, abbiamo tre dobloni,» aggiunge Mark.
«E ti prometto che proveremo a riportare in vita Tuco.»
Serges non dice niente. Lo sguardo serissimo si posa prima sui dobloni, poi su Ogre, poi su Nick. Fa un piccolo, impercettibile passo indietro. Sempre in silenzio.
«Ogre,» dice infine, «questo è un problema tuo.»
«Ah, è diventato un problema mio?»
«Ti avevo detto che molto probabilmente sarebbero morti.»
«Ogre, finiamola con questo giochetto del cazzo,» taglia corto Jack.
Ogre lo mette a fuoco. «Jack? Sei Jack, vero?» Poi, a Serges: «Hai qualcosa da dire ai tuoi amici, prima che li spappoli?»
«So benissimo che riesci a spappolarli quando vuoi. Non ti serve il mio aiuto.»
Ogre finisce il sigaro, con calma, e si alza. «Mi portate i dobloni? O li vengo a prendere?»
«Tranquillo,» risponde Jack, e comincia a incamminarsi verso di lui. «Sarà il nostro ultimo balletto.»
X. L'ultimo balletto
Ogre si scrocchia il collo. Poi pianta i pugni nel terreno con tutta la sua forza, e il vulcano risponde: tutto comincia a tremare, la lava sale, e fiotti di magma schizzano dai fori in ogni direzione. Da quel momento, schivarli diventa parte della battaglia.
Jack aumenta il passo, con una cattiveria che la ciurma non gli ha mai visto addosso. Ogre lo aspettava da tanto, questo regolamento di conti: gli viene incontro, testata contro testata, e le teste cozzano senza che nessuno dei due arretri. Jack spinge la lama verso il suo corpo; la spada diventa pesantissima, come se rispondesse al suo comando, e riesce a fendere la carne. Ogre lo solleva e lo scaglia in aria. Jack, senza controllo, precipita — poi lo riprende, punta la spada, e quando Ogre alza la mano per bloccarla la fa roteare a due mani: non gliela stacca, ma gli apre sul braccio una ferita profondissima che schizza sangue tutt'intorno.
Mark, intanto, non smette di studiarlo. Ogre deve avere il doblone da qualche parte. Ma addosso ha solo le braghe, e per quanto si giri e si rigiri non si vede un rigonfiamento, niente. Allora punta la pistola sulla ferita aperta da Jack e spara: dal braccio salta via letteralmente un brandello di carne, e Ogre bestemmia fortissimo.
Nick si trasforma e si lancia più veloce che può: spalanca le fauci e pianta i denti nello stesso braccio. Non glielo stacca, ma adesso quel braccio ha una ferita di spada, un proiettile dentro e una creatura appesa che continua a morderlo.
Edward schiocca le dita. Nella sua testa risuona la voce di Skullo: «Ragazzo… solo per questa volta.» E per qualche secondo Edward sparisce alla vista, come faceva lui. Ricompare alle spalle di Ogre e lo colpisce alla gola: si ricorda dei suoi poteri con la voce, e preferisce che non li usi. Ogre perde la voce per un momento, e si volta furioso a cercare di capire cosa sia successo.
Con quel poco che gli resta in gola, chiama: «Serges! O vieni a darmi una mano, o il prossimo sei tu.»
Serges non si muove.
Ogre allora fa ciò che nessun uomo potrebbe fare. Con una forza devastante stringe la mano di Jack, si trascina dietro Nick ancora attaccato al braccio ed Edward alle spalle, e si mette a correre verso il magma per gettarcisi dentro con tutti loro. Nick molla la presa con i denti e lo artiglia alla schiena. Edward fa erompere dalle mani i suoi artigli di luce e li pianta nella roccia per frenarne la corsa; Ogre si ferma, e mentre si volta, incavolato, Mark gli spara alle ginocchia. Ogre crolla in avanti.
È allora che Serges si muove, per la prima volta. Lascia che l'acqua gli avvolga il braccio e ne scaglia un getto sulla piattaforma rovente: il vapore si alza in una nebbia densa attorno a Ogre e a chi gli sta addosso. Poi si sposta, lentamente, fino a un punto da cui può tenerli d'occhio tutti.
La spada di Jack si riaccende di luce. Jack gliela passa sotto la gola, afferra la lama dall'altra parte e tira verso di sé, come per ghigliottinarlo. Ogre tende i muscoli del collo: la lama non passa, ma entra. Nessuna spada normale, con muscoli come quelli, riuscirebbe a penetrare la sua carne come sta facendo questa.
«Esteban!» urla Jack. «A che gioco stai giocando? È ora di scegliere da che parte stare. Adesso. Ora o mai più.»
Mark raccoglie un sassolino e glielo lancia, per attirarne lo sguardo. «È il momento. Guarda come sta andando la battaglia. Torna con noi. Non è ancora tardi, ti aiuteremo. È il momento giusto per toglierci Ogre di mezzo e raggiungere i nostri obiettivi, tutti insieme.» Lo chiama Esteban. Non Serges: per loro è Esteban.
Serges lo guarda. Ma non dice niente, e non si muove.
Jack fa un cenno a Edward. Insieme, spingono: le mani di Edward sulle sue, gli artigli di luce ancora accesi, e la spada passa Ogre da parte a parte, con un fiotto di sangue.
Ogre è ferito, ben ferito: un braccio che sanguina, una spada che esce dall'altra parte. Ma è ancora possente, e ancora minaccioso. E una bestia ferita, si sa, è solo più pericolosa.
Afferra Edward per il collo, lo tira davanti a sé con tutta la forza che ha e comincia a schiacciarlo sopra il bordo della lava. Nick arriva velocissimo e gli pianta un pugnale nel collo, facendo leva sul manico, poi gli sferra un calcio al braccio che stringe Edward: il pugnale entra poco, e il braccio non si sposta di un millimetro. La presa si allenta appena.
Edward guarda Jack — ancora appeso alle spalle di Ogre, la spada piantata nella schiena. «Staccati.» Poi aggancia gli artigli di luce al corpo di Ogre. «Vuoi andare nella lava? Andiamoci.» E se lo tira dietro.
Ogre punta un piede sul bordo per non cadere. Jack prova a spazzarglielo via.
«Esteban, adesso!» grida Mark. «Aiutaci! Adesso è il momento, guarda come ha ridotto Ogre. Dopo sarà tardi. Qualcuno dei nostri sta per lasciarci le penne!»
E Serges si muove.
Come un fulmine — e per un istante, come nei cartoni animati, dove si trovava resta soltanto la sua sagoma — è in mezzo, fra Ogre ed Edward. Afferra il viso di Ogre e lo gira verso di sé. «Adesso basta.» Gli appoggia la mano sinistra sul petto: dalla mano si leva un fumo completamente nero, poi tutto il braccio prende fuoco, avvolto in spirali di fiamma, e Serges gli scaraventa in pieno petto una gigantesca palla di fuoco. Con l'altra mano — fatta d'acqua — afferra Edward e lo scaglia lontano, al centro della piattaforma, al sicuro.
Ogre incassa il colpo, e molla la presa.
Lo riconoscono tutti, quel fuoco: sono tutti di Navigavia. Esteban aveva sempre mostrato la magia dell'acqua di Valisella. Ma a Valisella le scuole di magia sono due, dell'acqua e del fuoco. E a quanto pare lui le conosce entrambe.
Jack raccoglie la corda del ponte e prova a legare i piedi di Ogre; Ogre risponde scalciando e se ne libera. Nick, ancora trasformato, gli si avvinghia da dietro, gli pianta i denti nel lato destro del collo e ne strappa via un pezzo; poi apre le ali, si spinge con le gambe e prova a sollevarlo in aria per schiantarlo a terra all'indietro. È come tirar su un cavallo. Ogre lo schiaccia contro il terreno — ma prende un bel colpo anche lui.
Jack gli si avvicina mentre è a terra e, con tutta la forza che ha, gli rifila un calcio nei coglioni con la punta ferrata dei suoi stivali da marinaio. Ogre lancia un urlo fortissimo.
«Cerchiamo di evitare il rischio che ne nasca un altro come te.»
Appena Ogre prova a rialzarsi, Mark gli spara al collo, dove già sanguina.
Jack torna alla corda e questa volta i piedi di Ogre li lega sul serio, a regola d'arte. Poi, con la mano lesta di chi ha passato una vita fra le taverne, si avvicina a Serges — che è di schiena, voltato a guardare Edward — e gli sfila il doblone rosso senza che se ne accorga. Lo lancia verso i compagni; il doblone cade a terra, rimbalza sulla roccia, e rimane lì. Serges non si è accorto di niente.
Serges guarda Ogre. «Avevamo un patto, che tu non stai rispettando.»
«Che patto?»
«Avevamo detto che non dovevi uccidere nessuno. Picchiarli, fargli male, sì. Ma non ucciderli.»
«Non mi sembra che ci sia nessuno morto.»
«Ancora.»
«Mi stai minacciando?»
«No. Ti sto chiedendo con diplomazia.»
Ogre non risponde. È ferito, e sta molto male. Alza la gamba con tutta la forza che gli rimane e pianta un pestone sulla piattaforma. La roccia si spacca, comincia a farsi a pezzi, e a crollare nel magma. Chi è sulla piattaforma sta per volare giù con lei.
Mark, in quel caos, senza farsi vedere, si china e raccoglie qualcosa da terra.
Serges va dritto verso Ogre, gli appoggia sul petto entrambi i poteri — acqua e fuoco — e lo spinge giù dalla piattaforma; con l'ultimo slancio afferra Edward e lo tira su. Ogre, con le ultime forze, si aggrappa al bordo della scogliera.
Jack gli pianta un pestone sulle dita con tutto il peso che ha.
Nick salta, apre le ali, tira fuori il coltello — quello di Blanche — e gli si avvicina in volo. Ogre alza lo sguardo verso di lui. Nick lancia, mirando alla fronte, e lo centra in mezzo agli occhi.
Ogre molla la presa e, con un urlo gigantesco, vola nel magma. Non affonda subito: la lava non è liquida come l'acqua. Comincia a sprofondare lentamente, fino a sparire.
E mentre affonda, dalla lava parte per aria un fortissimo raggio di luce blu, e affonda insieme a lui, all'altezza dello stomaco.
Ogre aveva ingoiato il doblone.
Nick è il primo a capirlo, ed è ancora in volo. Senza pensarci, si getta in picchiata e infila il braccio nel magma. Poi rivola verso l'alto con uno scatto d'adrenalina, stringendo il doblone. Le ali si richiudono, torna normale, rotola a terra.
Il braccio è completamente carbonizzato.
XI. Nulla di irrimediabile
La piattaforma, adesso, è ferma. Si è sgretolata parecchio: ne resta poco più del centro, e il ponticello.
«Ci pensi tu?» chiede Jack a Edward, e gli affida Nick. Poi intasca il doblone che Nick stringeva ancora nella mano, e lo passa a Mark.
Serges si è già avviato verso l'uscita. Non salva nessuno, non dice niente, guarda dritto davanti a sé. Jack lo chiama. Serges si ferma — ma non si volta.
«Usciamo da qua. Poi parliamo.»
Nick agonizza in braccio a Edward: il braccio carbonizzato, la manica fusa col magma. E dove c'era il ponte di legno, ora non c'è più niente. È il potere dell'acqua di Esteban a salvarli: raffredda la lava quanto basta perché, con un po' di arrampicata, riescano a passare di lato, lungo la parete, prima che il magma ribollente torni a sciogliere tutto. Dall'altra parte li aspetta un lungo tragitto a piedi. C'è tempo per parlare.
«Comunque,» dice Jack a Serges, «bastava chiedere. Nessuno ti aveva detto niente. Ora andiamo a recuperare il tuo cazzo di amico, e poi andiamo via da questo posto di merda.»
«No. Ho scoperto che quel tesoro non vale…»
«Cosa sai del tesoro?» lo incalza Mark. «Noi sappiamo solo che è un tesoro.»
Serges ne sa poco, ma sembra saperne abbastanza. Non è un tesoro vero e proprio: non sono monete, non è oro. È un potere. Lui aveva fatto più ricerche di tutti — è partito apposta per quel tesoro — e unendo i puntini di tutte le leggende gli era sembrato che potesse riportare in vita le persone. Tornare indietro nel tempo, e riportare in vita Tuco. Ma non è così. Glielo ha detto Ogre: non è quello che pensa. Altro non gli ha detto.
«Abbiamo i quattro dobloni,» dice Mark. «Andiamo a scoprire cos'è, questo tesoro.»
Jack gli mette una mano sulla spalla e lo tira un po' indietro, per voltarlo verso di sé. «Per ora non hai fatto nulla di irrimediabile.»
«Io vengo con voi,» risponde Serges. «Ma per quanto riguarda il tesoro, non mi interessa. Fate quello che volete.»
«A Nick serve maledettamente un dottore.»
«Per quello non c'è problema.» Serges tocca il braccio di Nick, e con la magia minore dell'acqua lo cura. Nick si riprende: il braccio resta inutilizzabile, ma il dolore se n'è andato, e riesce a camminare.
A metà galleria trovano Violet, appoggiato al muro. Le carte gli avevano detto di non proseguire con loro: era una faccenda loro, e ha pensato di aver fatto bene. Jack gli molla uno schiaffo in faccia. Violet non reagisce. «Me lo merito.»
Serges, cammin facendo, racconta. È venuto qui da solo. Ogre era già dentro, ad aspettare per cominciare a uccidere la bestia. Rouge era lì, seduta, e non osava muoversi. Serges aveva un patto con Ogre, e con quella scusa l'ha portata in salvo sulla Fulgor, dicendo a Ogre che andava a legarla. Le casacche rosse le aveva prese Ogre a Galeonia, per portarsele dietro.
È allora che, molto in lontananza, lo sentono. Un rombo sordo, ripetuto.
Sono cannonate.
XII. La battaglia su tre fronti
Procedono con calma verso l'uscita, fermandosi nella penombra per capire cosa li aspetti fuori, prima di uscire allo scoperto.
Fuori, i problemi continuano.
Usciti dal calore della grotta vulcanica, l'aria li aggredisce col puzzo di polvere da sparo e di salsedine. L'orizzonte è un inferno di fuoco e legno sfracellato. A distanze diverse, la battaglia infuria su tre fronti.
In alto mare, la Highwind di Barbarossa danza fra le onde, sparando salve di cannonate contro due navi dalle vele cremisi che rispondono colpo su colpo. Sotto la scogliera, altre due immense navi da guerra, con l'emblema della mano rossa di Ogre, sbarrano la via: il Nabucodonosor, sopraffatto dai loro tiri, sta ormai colando a picco sul fondo dell'oceano. Sono quattro galeoni da guerra di Ogre, e a Galeonia non li avevano mai visti.
A portata di tiro, invece, c'è la Fulgor: a vele spiegate, vira a catena per schivare i colpi e offrire loro un punto d'imbarco. Il trasbordo, notano, era finito appena in tempo. Ma la nave non resisterà ancora a lungo.
«Avevi caricato del Salt?» chiede Jack.
«No,» risponde Serges. «Nessun Salt. È semplicemente più veloce.»
Blanche è sul pennone dell'albero maestro. La Fulgor rade la scogliera, ammaccata dalle cannonate, e loro corrono lungo la roccia e saltano a bordo in corsa, durante l'ultima virata, fra le palle di cannone.
Jack ringrazia Cinna. Cinna lo sente, ma continua a virare.
Nick, messo male com'è, fa un cenno a Blanche: il lavoro è compiuto. Lei risponde con un cenno della testa, e continua a sparare col moschetto dall'alto.
Mark, Edward e Esteban corrono ai cannoni. Jack porta Nick in cabina e passa da Rouge: è abbastanza tranquilla, abituata a scene come questa, ma si stringe le ginocchia sul letto. «Stai tranquilla. È quasi tutto finito.» La nave è provata: sottocoperta ci sono buchi e legno spaccato, ed è lenta, troppo lenta per scappare.
Edward, ai cannoni, prova a chiedere a Skullo se abbia qualche altro asso nella manica. Una bella situazione di merda. Niente.
È allora che Jack alza la spada. Urla fortissimo, e ci riversa dentro tutto il suo pensiero: muovere le vele, velocissime. E una luce azzurra squarcia il cielo — una luce che la sua lama non aveva mai emesso.
Il segnale è lanciato.
L'acqua gorgoglia insistente, e fra i flutti che si spaccano ecco che emerge l'Olandese Volante, con al timone, saldo, un amico che nemmeno nella morte ha deciso di abbandonarli. Noire, con la sua ciurma di dannati, pronto a spezzare l'assedio e a garantir loro la fuga.
L'Olandese spunta proprio lì, a fianco. Jack si toglie il cappello e glielo lancia, con un gesto che vuol dire grazie. In quel frastuono non riescono a parlarsi: Noire risponde con un cenno della testa, e torna a guardare avanti.
Non c'è tempo. Non sprecate quest'occasione.
XIII. La fuga
Le due navi da guerra convergono poco più avanti, oltre la virata, per schiacciarli contro la scogliera.
Mark comincia a dare ordini a tutti per la manovra — e solo a metà si rende conto che sulla Fulgor, adesso, c'è un vero capitano. Fa un passo indietro e chiede il parere di Esteban. Anche lui è d'accordo: l'Olandese Volante tirerà dritto e farà da esca, trascinandosi dietro i galeoni — chi li può affondare, quelli, se sono già morti? Loro, invece, faranno il freno a mano.
Mark manda due dei suoi uomini all'ancora, pronti a calarla e, al segnale, a tirarla su subito. Informano Cinna: sono coordinati. Jack e Carlos ammainano le vele — a vele piene, con una manovra del genere, la nave si spaccherebbe: Jack alle vele più grosse, sull'albero maestro, Carlos a quelle più piccole, a prua.
«Calate l'ancora! Cinna, pronto alla manovra!»
«Ora!»
L'ancora morde il fondo, la Fulgor gira su se stessa di colpo. Noire passa loro davanti, le navi nemiche puntano su di lui, e dall'Olandese Volante partono bordate di cannonate. Le navi di Ogre, per inseguirlo, mostrano la poppa alla Fulgor. Esteban carica un cannone di fuoco, Edward uno di luce: le cannonate prendono in pieno le due navi, che incassano un bel po' di danni.
Mark corre all'ancora ad aiutare i suoi a tirarla su. L'ancora risale, le vele si riaprono, e la Fulgor prende il vento.
I galeoni continuano a seguirli, ma devono virare a loro volta, e perdono terreno; l'Olandese intanto vira per tornare a dare loro una mano. Jack alza di nuovo la spada e gonfia di vento le vele: la Fulgor comincia a staccarsi.
Da lontano, Noire li guarda, e fa un cenno. Jack scosta la giacca e gli mostra il cinturone, con appesa la bussola di Noire.
Si allontanano, lasciando Barbarossa e Monise al loro combattimento. Vedono l'Olandese Volante virare verso di loro, e poi tutto sparisce oltre l'orizzonte.
XIV. Chi dà gli ordini
Passa una mezz'ora, forse di più. La tempesta si è un po' calmata.
Si medicano come possono: a bordo non c'è un vero medico, e le ferite più brutte resteranno. Il braccio di Nick, lo sa, non tornerà mai più come prima. Porterà delle gran cicatrici — ma ci potrà fare sopra un bel tatuaggio.
Esteban se ne sta sul ponte, a fissare il punto dove c'erano le navi di Ogre. Qualcosa non gli quadra. Quelle navi sono fedeli a Ogre, e Ogre è sparito da un pezzo; eppure hanno attaccato, e si sono fatte trovare proprio lì. Chi ha dato loro l'ordine? Qualcuno, al posto di Ogre, sta comandando.
Lo chiedono prima a Blanche, che fra gli uomini di Ogre era stata una delle più fedeli: conosce qualcuno che possa dare ordini in sua vece? Blanche non lo sa. Poi a Cinna, che di Ogre è stato generale. I più vicini a lui erano i suoi fedelissimi — e due di loro, adesso, sono proprio lì, a bordo — e suo padre. Ma suo padre, in quel momento, stava cannoneggiando proprio quelle navi. Forse Ogre aveva dato l'ordine in precedenza; forse le aveva chiamate lui sull'isola. Nessuno lo sa.
Nuova rotta: Punta Indigena, l'isola del tempio. Con questa velocità e questa nave, circa un giorno, se il tempo migliora.
A bordo, adesso, di capitani ce ne sono due. Cinna chiede a Esteban se deve mantenere gli ordini di Mark.
«Mantieni i suoi ordini.»
XV. Il rum di Mark
È ora di bere, prima di tutto.
Jack va da Remo e si fa preparare un brum. Mark lo assaggia, e si insospettisce: è troppo buono. «Con che rum l'hai fatto?» Guardano tutti Jack, e Mark capisce subito di quale si tratta: la sua cassa di rum buono, quella che aveva nascosto in mezzo alle mutande.
«Te lo giuro, non l'ho cercato. L'ho trovato per sbaglio. Sai che non posso resistere al rum. Mi sentivo solo.» Ne manca un bel po'. Mark se ne prende la metà. «Queste sono mie.»
«Questo cazzo di brum è il più buono che abbia mai bevuto in vita mia.»
Esteban, a un certo punto, scende da Remo — lo stesso Remo che aveva fatto scendere dalla Fulgor sulla banchina di Galeonia. Remo gli si avvicina come per abbracciarlo. Poi carica un destro — ma Esteban lo scansa, e Remo, perso l'equilibrio, si ribalta per terra. Qualcuno gli lancia un guanciale sotto la testa.
«Allora non sei uno stronzo,» dice Mark. Poi ci ripensa. «È un po' stronzo. Ha fatto un culo così a Ogre, e non ce l'ha mica detto.»
La ciurma, intanto, è aumentata: Blanche, Violet, Cinna. Blanche esce dalla cabina e sale a bere con loro. Ringrazia Nick per il coltello: se gli aveva chiesto di usarlo, era perché anche lei voleva colpire Ogre. Era stata lei a essere data in pasto al Kraken. Era una piccola vendetta personale.
Fanno baldoria. C'è da festeggiare, e ne hanno tutto il diritto.
Ma i dobloni ce li hanno tutti? Mark si volta verso Remo. «Remo, grazie.» E Remo gli restituisce un doblone.
Gli altri non ne sapevano niente. Prima di scendere dalla nave, Mark ne aveva lasciato uno a Remo, di nascosto: se nella grotta ne avessero perso uno, almeno uno sarebbe rimasto al sicuro.
Mark mostra il suo cinturone: i dobloni pulsano.
«Esteban, a proposito — mi dai il tuo doblone?»
Esteban si fruga addosso. Una tasca, un'altra. Niente. «Non c'è. Mi sa che è rimasto sull'isola.»
«Come, è rimasto sull'isola?»
«Nella concitazione del combattimento, può essere che…»
«Come cazzo hai fatto a perdere un doblone? Jack, tu hai visto qualcosa?»
«Assolutamente no.»
Poi scoppiano a ridere. «Dai, testa di cazzo, scherziamo! Te l'abbiamo fregato alla prima occasione.»
Esteban sbatte loro la porta in faccia, e se ne torna chiuso in cabina.
XVI. Gli spiriti
Fra un bicchiere e l'altro, torna a galla una domanda che Jack si porta dietro da una settimana: chi erano quelle figure che hanno visto lungo il cammino?
Ci ragionano sopra. Quando è apparso il Kraken, c'era un ragazzo dai capelli bianchi, con un tatuaggio. Prima di arrivare all'isola del Lich, sul fondo della nave era comparso un ragazzino col cappuccio, che sembrava più vecchio della sua età. E poi una ragazzina dai capelli rossi, avvolta nel calore della nave, che chiedeva aiuto. Uno li guardava triste, uno era serio, una chiedeva aiuto.
L'idea che si fanno è questa: che siano le anime dei sacrificati, gli indigeni offerti alle quattro entità nella leggenda che Edward ha visto. Il ragazzo del Kraken, il ragazzino del Lich, la ragazza del fuoco — quella che ha chiesto aiuto e che ha fatto una brutta fine per mano di Ogre. E il quarto? Il quarto spirito non l'hanno incontrato. O forse non l'hanno riconosciuto.
È tutto collegato. Ce l'hanno già in mano, forse. Ma non sanno ancora come metterlo insieme.
XVII. La ciurma
La spinta della Fulgor li ha finalmente scagliati a distanza di sicurezza. Attorno a loro il vento e la tempesta non accennano a placarsi. Sono stremati, felici, ma piegati dalla fatica, sul ponte della nave, mentre la mente torna inevitabilmente a tutti gli eventi che li hanno trascinati fin lì.
Partiti dal bancone di una taverna, nel mondo che conoscevano, hanno attraversato mille pericoli per giungere in questo luogo estraneo: una terra spietata che mastica e sputa chiunque non sia abbastanza folle da sfidarla. Ora la destinazione è a portata di mano, e i quattro dobloni, un tempo irraggiungibili, sono infine nelle loro mani.
Ma a quale prezzo? Quante perdite hanno dovuto affrontare? Quante battaglie, e quanto sangue versato? Draghi, non-morti… li hanno temprati e plasmati lungo il cammino.
Edward, partito come un semplice archeologo alla ricerca di rovine e storie perdute, ha scoperto più di quanto una vita intera gli avrebbe mai concesso, e ha ritrovato una forza che non credeva di possedere. Ma la sua vera storia è appena cominciata — sempre che riesca a fuggire da questo posto.
Jack, che non ha mai cercato legami oltre al mare e al rum, ha finalmente trovato una ciurma a cui tenere davvero: una ciurma per cui darebbe la vita, proprio come loro l'hanno data per lui. Forse il rum non è più l'unica cosa che conta.
Mark, dopo anni di innumerevoli sacrifici, del sudore della schiena e della fronte, è a un passo dal compiere la sua fuga, e dal riabbracciare, forse, la famiglia perduta.
Nick, che fin da piccolo ha dovuto lottare per sopravvivere, si ritrova ancora una volta a combattere. La facoltà di librarsi nel cielo sarà ciò che lo renderà libero, su questa strada lastricata di sofferenze e cadaveri? O è proprio questo branco di matti la vera famiglia che non ha mai avuto?
Ed Esteban sa di avere ancora molto da farsi perdonare. Il dualismo di un uomo distrutto nell'anima, celato dietro una maschera scherzosa e ingenua, lo ha portato a compiere scelte terribili, reprimendo rabbia e tristezza fino al punto di rottura. Riuscirà alla fine a raggiungere il suo scopo originale, o si accontenterà dei legami ritrovati in questo viaggio?
XVIII. L'occhio
La nave scivola rapida sulle acque in tempesta, quando all'improvviso un'oscurità densa e soffocante cala sul bastimento.
Negli abissi sottostanti, sul fianco della Fulgor, si spalanca un unico, colossale occhio.
Le ombre si addensano, fino a materializzare una figura che conoscono fin troppo bene. Il Lich. È tornato per terminare ciò che aveva iniziato, e questa volta non li lascerà fuggire senza aver prima reclamato le loro anime.
Lo scontro finale, la summa di tutto ciò che hanno vissuto, si decide qui e ora. Rinunceranno a tutto, o combatteranno con le unghie e con i denti per difendere ciò che si sono guadagnati?
Mano alle armi, cani rognosi. E mostrate di cosa siete capaci quando combattete con una vera ciurma.
Fine del Capitolo IX.
— Cronaca della Navigavia · Le isole di El Nido